L’approccio all’opera architettonica come forma d’arte esprime un tema che integra tutti gli aspetti del luogo in una narrazione. Una narrazione incorporata in un processo progettuale allargato che si fonde con le arti performative tramite il travaso di discipline è il mezzo per eludere un centraggio della tecnologia che confina l’architettura a un ruolo ancillare e meccanicistico (come era stato ad esempio agli inizi del modernismo con “la machine-à habiter”), trascurando il binomio temporalità ed esistenza e circoscrivendo la nozione di Natura ad una sfera di cosa.
Questo processo costituisce la base da cui trae origine la sostenibilità edonistica, in altre parole, la ricerca di una nuova modernità in grado di re-interpretare miti crollati e dare risposte attraverso il sistema delle merci alla crescente richiesta di appagamento e di consumo del comfort. La sostenibilità edonistica agisce interamente all’interno di forme “costruibili” ridotte a puro ornamento, a tatuaggi superficiali applicati al corpo sociale, basandosi interamente su forme ostentate e retoriche di case ecologiche, edifici verdi e quartieri urbani futuristici slegati però dal tessuto sociale e dal contesto ambientale.
L’ornamento come “impulso umano fondamentale” (Riegl-1893) e “Ornamento e delitto” (Adolf Loos 1904) costituiscono la base del quadro teorico insieme a “The Question Concerning Technology” (1954) di Martin Heidegger. La lama a doppio taglio della tecnologia, non è un mezzo per raggiungere un fine come comunemente si pensa nell’universo trionfalistico degli apparati tecno-mediatici, e quindi dovrebbe essere trattata in questo quadro teorico.
L’ornamento era in passato applicato agli edifici, ma nell’approccio sempre più tecnocratico di oggi guidato da una sempre più crescente estetizzazione dell’ecologia, l’intero edificio incarna quell’impulso umano primordiale e la profondità e capacità trasformative del mezzo architettura si appiattiscono a un solo strato: una pellicola applicata a una superficie che avvolge interamente la realtà fisica dell’involucro edilizio. Ciò implica inevitabilmente la definizione di architettura data da Adolf Loos all’inizio del novecento e l’odierna prospettiva di resistenza —attraverso l’integrazione di una narrativa nei processi progettuali — a quel processo di futuro distopico che ci si staglia davanti.
Siamo come quella lunga fila di ciechi nel dipinto di Bruegel: una fila di persone guidate da un cieco che le condurrà verso l’abisso.

“De parabel der blinden”. Pieter Bruegel il Vecchio. 1568
Il mito di Icaro e Dedalo come allegoria dell’emancipazione dell’uomo è evocativo del ruolo primordiale e euristico dell’architetto. Un ruolo diverso da quello che esiste all’interno della prassi di emancipazione e autonomia dell’immagine avviato dalla cultura occidentale del terzo millennio. Una funzione di organizzatore della seduzione edonistica, scollato e frammentato nelle diverse specializzazioni. L’appello quindi a una “narrazione”, con la richiesta di un’interdisciplinarità e di una competenza a 360 gradi come quella insita nell’opera demiurgica dell’architetto primordiale Dedalo. Ne deriva una saldatura tra le arti che si contrappone all’opera come oggetto isolato. Un modo di procedere che il fenomeno culturale che è stato Leonardo ne aveva sicuramente incarnato tutte le premesse e che poi la specializzazione delle arti ha definitivamente dissolto. Mi limito qui a descriverlo sommariamente come la stratificazione di vari livelli narrativi presenti in una simulazione profonda e complessa. Parleremo più in dettaglio dell’Architettura come narrativa in un prossimo articolo che uscirà a tra breve sul sito www.systems4living.org collegando temporalità ed esistenza. Questo è il binomio che dovrebbe essere perseguito in una emancipazione radicale dalla tradizionale accezione dell’opera d’arte. Se c’è una prospettiva per arrivare ad un approccio del tutto nuovo e radicale al tema della sostenibilità per il tramite del mezzo architettonico, questa incontra assi visivi divergenti e passa sicuramente attraverso uno sguardo strabico, simile, se non identico, a quello che affliggeva veramente l’occhio di Leonardo Da Vinci.