Spontaneamente, non possiamo non guardare alla natura se non come a un luogo della naturalità, opposto alla città, che ci consente di vivere privi degli artifici prodotti dalla civiltà.
Oltre a ciò, vivere al di fuori delle organizzazioni sociali delle comunità, rappresenta sempre una forma di rifiuto e di ribellione ad un sistema di rapporti in cui non ci riconosciamo e che vediamo gravato da ogni tipo di ingiustizia e violazione della libertà individuale. Un sistema, inoltre, costruito dagli umani attraverso un immane impatto con il sistema naturale e che non può esistere senza consumare enormi quantità di risorse naturali.
Ma natura e civiltà sono effettivamente antitetiche?
Il progresso della specie umana non si fonda fin dalle origini sull’organizzazione sociale?, sulla costituzione di una comunità organizzata capace di ottimizzare i propri sforzi e gestire oculatamente le risorse disponibili?
Proviamo a considerare come è stata intesa la natura agli albori della nostra civiltà.
Gli antichi Greci indicavano la natura con il termine physis, da phyo (cresco, nasco) riferendo la parola non al mero ambiente fisico, ma al principio originario di ciò che nasce e cresce. Tale principio è alla base di tutti i viventi ed è la sostanza sia dello sviluppo naturale che dello sviluppo umano.
Eraclito ci ha detto che “Tutte le leggi umane traggono alimento dall’unica legge divina” (frammenti, 114), una legge che gli umani non conoscono, ma da cui vengono alimentati soltanto se si pongono nella prospettiva della ricerca della verità con il Logos, il discorso che spiega le proprie ragioni, che è incontrovertibile.
All’origine della civiltà occidentale non c’è quindi antagonismo tra leggi naturali e leggi umane se queste scaturiscono dalla ricerca del vero e l’ordine umano non può contrapporsi all’ordine naturale, ma deve costituirsi come una sua manifestazione, funzionale agli scopi umani.
Al contrario, una forma di organizzazione umana che non sia sostenibile tradisce la verità delle relazioni tra i viventi, e in particolare tra gli umani e il resto della natura.
Vediamo ancora, nel mondo contemporaneo, i tanti sistemi che promuovono lo sfruttamento indiscriminato delle risorse, l’ingiustizia sociale, la negazione delle libertà individuali, le guerre tra i popoli e tutte le manifestazioni di interessi non generali, tradendo quell’unica legge, quel principio che lega tutte le cose e a cui possiamo avvicinarci soltanto ricercando la verità, consapevoli di ciò che si nasconde dietro i seducenti, persuasivi scenari di sviluppo diffusi dalla propaganda, in cui il fine della specie umana viene banalmente fatto coincidere con gli scopi di chi detiene le risorse del pianeta.
In questo senso, la fuga dalla civiltà non è una prospettiva plausibile. Ponendosi al di fuori dello sforzo comune di costruire una società migliore, negando le potenzialità delle organizzazioni sociali, si perde l’opportunità di restare su questa terra nelle migliori condizioni possibili, non dimenticando mai che il pianeta può fare a meno di noi, ma noi non possiamo fare a meno del pianeta.
Immagine: Particolare da foto di Daniel Macura da Pixabay