Società

LA NUDA VITA E LE SUE ANOMALIE, di Francesco Cardone

Tutto funziona in questo mondo. Le macchine girano, gli apparati burocratici amministrano la vita e le cose, l’istruzione produce persone che funzionano, i sistemi economici producono merci e forniscono servizi, le industrie del turismo assicurano svago in modo efficiente, le fabbriche dell’intrattenimento soddisfano il bisogno di divertirsi e le guerre soddisfano le esigenze dei sistemi di potere che le attivano. Questo mondo sta diventando sempre più una gigantesca fabbrica che tutto mette in funzione; noi tutti esistiamo nella misura in cui occupiamo un ingranaggio della fabbrica. Insignificante o essenziale che sia questo ingranaggio, la nostra vita sembra qualificata dall’essere parte funzionante dell’apparato. Le scuole insegnano o svolgono semplicemente dei programmi? Gli alunni formano le loro coscienze o partecipano allo svolgimento degli stessi programmi? Ognuno, in questo mondo funzionante e interconnesso, svolge un programma, anche la guerra ha un suo protocollo a cui attenersi, un grado di efficienza da raggiungere. Si va in vacanza attivando un’agenzia di viaggi, la quale fornisce un programma da far rispettare: viaggio, albergo, colazione, spiaggia, luoghi da visitare, spettacoli serali. Una fabbrica dell’intrattenimento ci distacca da una fabbrica in cui svolgiamo, come piccole e zelanti formiche, il nostro efficiente lavoro. Come nel Processo di Kafka, non si sfugge mai alla macchina.

Tutto funziona in questo mondo. Anche la nostra sfera sessuale sembra seguire il protocollo della macchina: i corpi si intrecciano e si impegnano con zelo per soddisfare il principio di prestazione sessuale, come tanti corpi al lavoro che rispettano determinati canoni del godimento che devono essere prodotti. Ogni giorno vengono pubblicati manuali per l’uso dei corpi nella sfera sessuale della vita. C’è, in effetti, un manuale di istruzioni per ogni cosa in questo mondo. Vuoi essere un genitore “bravo” ed efficiente? Ed ecco che si presentano miriadi di manuali per l’uso. Vuoi essere un “bravo” ed efficiente studente? Ed ecco numerose agenzie private che forniscono servizi per acquisire metodi di studio efficienti. Vuoi essere un musicista “bravo” ed efficiente, in grado di avere successo nell’industria dell’intrattenimento? Ed ecco che si presentano numerosi servizi online che assicurano che le tue qualità artistiche potranno trovare piena soddisfazione in questo mondo.

Tutto funziona in questo mondo. L’intelligenza artificiale è forse l’apice di questo mondo in cui tutto funziona. Sempre più impieghiamo l’IA per svolgere le nostre attività, quali che esse siano. Un supporto di funzionalità per una forma di vita che non riesce sempre a essere al passo col mondo dove tutto funziona. Sempre più l’IA ci supporta, dalla semplice correzione di un articolo fino alla consulenza psicologica per disagi, disfunzioni sociali che non riusciamo a risolvere. Potremmo pensare l’IA come una sorta di macro-algoritmo duttile e creativo, impiegabile per qualsiasi uso. Talmente duttile da poter sostituire la stessa creatività umana nella sfera dell’arte.

Tutto funziona in questo mondo.

Ma cosa resta della vita umana in questo apparato planetario? Si potrebbe rispondere con le parole di Giorgio Agamben: la nuda vita. Una vita spogliata di qualsiasi abito che possiamo chiamare “diritto a essere se stessi”. Una vita che esiste solo come supporto di funzionalità a qualsiasi livello della nostra efficiente società contemporanea. Una vita “nuda” perché sprovvista di una sua forma che la qualifichi come individuo, incapace cioè di darsi una forma che modifichi la funzionalità dell’apparato in base alle proprie qualità. Ma cos’è allora una nuda vita sprovvista di forma autonoma? Una risorsa umana da impiegare.

La nuda vita è un “impiego” in questo mondo in cui tutto funziona. Siamo un impiego, però, non solo quando svolgiamo il nostro efficiente lavoro, ma anche quando consumiamo la vita. Siamo un impiego dell’industria del turismo, siamo un impiego quando fruiamo dell’industria dello spettacolo, siamo un impiego quando apriamo un conto corrente in banca, siamo un impiego nell’industria della guerra, sia come carnefici sia come vittime. Noi viviamo perché siamo impiegati.

La nuda vita è il supporto di questo mondo in cui tutto funziona.

Ma cosa resta allora dei nostri diritti, delle nostre libertà, dei nostri desideri più intimi, se la nuda vita rimane l’unico modo di vivere dell’essere umano? Siamo ancora in uno Stato di diritto oppure, in modo graduale, siamo passati in uno Stato dell’efficienza emergenziale?

Tutto, apparentemente, sembra confermare che la nostra vita sia avvolta in uno Stato di diritto incrollabile. Andiamo a votare, possiamo esprimere la nostra volontà su riforme costituzionali o l’abolizione di leggi, possiamo dire quello che pensiamo in piazza o sui social media almeno per adesso, possiamo viaggiare dove vogliamo, possiamo decidere di sposarci in piena libertà, svolgere il lavoro che più ci piace; insomma, abbiamo apparentemente il diritto di autodeterminarci come meglio vogliamo. Eppure… siamo sicuri che ciò che “vogliamo” sia effettivamente ciò che abbiamo deciso in piena libertà? I nostri desideri sono realmente nostri? Esprimono cioè la “forma” che vogliamo dare alla nostra vita? Oppure l’abito dei “nostri” desideri esprime ciò che è funzionale al mondo dove tutto funziona? Chi decide dei nostri desideri, delle nostre libertà, di ciò che diciamo e pensiamo, della nostra intimità sessuale, dei nostri gusti artistici, del nostro futuro, della nostra vita? Siamo noi gli artefici della nostra esistenza?

È vero, apparentemente siamo gli artefici della nostra vita, ma sempre “dentro” un sistema in cui difficilmente riusciamo a distinguere ciò che vogliamo da ciò che è funzionale al sistema stesso. Possiamo protestare in piazza contro le ingiustizie dei governi, possiamo sollevarci contro le guerre, eppure le ingiustizie e le guerre continuano ad esserci. Forse perché dopo queste proteste, ritorniamo a essere zelanti funzionari di questo apparato? Per un attimo vestiamo l’abito della società civile che si ribella al sistema, per poi indossare di nuovo la divisa del lavoratore operoso che fa funzionare tutto in modo efficiente. Sembra di vivere in uno stato di costanti illusioni di libertà garantite e di impiego efficiente delle nostre vite.

Ma cosa accade quando la nuda vita cerca di prendere forma, arginando la vita come impiego? Semplicemente diventa un’anomalia del sistema. Perde la sua funzionalità e, come tale, può essere sottoposta a diversi trattamenti biopolitici. In un mondo in cui tutto funziona, la vita viene “allevata” per essere “risorsa” del sistema e questo allevamento richiede la nostra costante partecipazione. In effetti noi siamo al tempo stesso il frutto di questo allevamento della vita che “funziona” e i lavoratori di questo medesimo allevamento. Siamo i controllati e i controllori, le vittime e i carnefici del sistema che rifiutiamo ma di cui non riusciamo a fare a meno. Chi quindi si oppone a questa prassi diventa disfunzionale, pericoloso per il processo, una sorta di “terrorista” del funzionamento della macchina sociale.

Come si trattano le anomalie disfunzionali? In primo luogo si isolano, per non “infettare” il comparto del sistema in cui operano. L’isolamento può avvenire in tanti modi: può essere un isolamento simbolico, educativo, sociale, medico, giuridico. Molteplici dispositivi di isolamento possono sempre attivarsi per queste anomalie e vedere la partecipazione, consapevole o inconsapevole, di noi tutti. Già la semplice azione di ridurre la conversazione pubblica nei confronti di una possibile anomalia sociale per timore di essere “classificati” noi stessi come parte della medesima disfunzione può essere un “efficiente” dispositivo di isolamento. Ma l’anomalia potrebbe continuare a perseverare nel suo atteggiamento disfunzionale, nonostante l’isolamento sociale a cui potremmo partecipare tutti, ed ecco che si presenta un ulteriore dispositivo di isolamento: quello della gogna pubblica e mediatica, dell’accusa nei confronti dei suoi tratti pericolosi per la “salute” della società, e se questo non bastasse, potrebbe scattare il dispositivo del licenziamento, oppure la produzione di un’analisi clinica che attesti la sua pericolosità sociale, fino al dispositivo giuridico costruito ad hoc per isolare definitivamente l’anomalia sociale. In altri casi, potrebbe addirittura subentrare la distruzione fisica, come per il popolo palestinese.

È qui tutta la questione: anomalia sociale di una società oppure della forma efficientistica che plasma la nuda vita in cui si è ridotta l’intera società? Anomalia insomma per chi o per cosa?

Le anomalie sociali di un sistema efficientistico sono come ingranaggi disfunzionali che devono essere riparati o sostituiti. Si isola quindi per riparare (rieducare) o per sostituire l’ingranaggio che non funziona. Tutto questo però può essere concepito solo nella misura in cui la vita perde la possibilità di potersi dare una forma per diventare appunto nuda vita impiegabile, diventare cioè risorsa umana da impiego, dove appunto la forma che assume è il suo “essere impiegata” di volta in volta dagli apparati del mondo che funziona.

Siamo sicuri, però, che questo sia l’unico destino che ci attende? Ci siamo definitivamente arresi a questo destino efficientistico in cui tutto funziona? Io credo di no!

Per quanto la macchina persegua la sua forma totalitaria, la vita umana lascia sempre presagire le sue benefiche anomalie. Certo, la macchina totalitaria si costituisce sempre di più nella forma di un “campo” di impiego in cui siamo tutti “concentrati”, ammassati e disposti per essere sempre disponibili, una sorta di “campo di concentramento” che non ha più pareti che dividono il fuori dal dentro, dove quindi sembra non essere più possibile la fuga, come l’impossibilità di uscita del protagonista del Processo di Kafka. Eppure, come dicevo, l’umanità presenta sempre delle anomalie, delle disfunzioni che prefigurano la possibilità di darsi una forma da sé invece di riceverla quando si riduce a nuda vita attraverso dispositivi di potere che imperversano nella nostra modernità. Presenta queste anomalie, perché l’umanità stessa è un’anomalia della vita, una forma di vita che non segue meccanicamente il fluire delle specie viventi.

La parola “anomalia” significa il “non uguale”, ciò che non è regolare, ossia non è conforme a determinati parametri di omologazione.

Ma dove trovare il seme sempre presente di questo germe beneficamente sovversivo che non cancella mai l’anomalia umana? Forse nell’arte. È senz’altro vero che proprio l’arte oggi sembra ormai risucchiata nel “campo” dell’industria dell’intrattenimento, riducendo il fare dell’arte a una operosa produzione efficientistica, eppure qualcosa di inesplicabile, come la stessa natura umana, resiste a questo carattere funzionale dell’arte, diventando “gesto” espressivo di una libertà di essere al di là di qualsiasi fare operoso. Un “gesto” che si schiude come un darsi una forma di vita che si esprime per il semplice fatto di essere se stessi e non di eseguire protocolli del fare artistico funzionali alla “forma” della nostra società.

 Le barriere tra il fuori e il dentro di questo immenso campo di concentramento stanno senz’altro cadendo e la fuga sembra sempre più impossibile, eppure rimane un’ultima roccaforte, un’ultima “foglia di fico” rispetto alla nuda vita, ed è proprio la nostra più intima interiorità, la quale può trovare ancora possibilità di darsi una forma anche grazie al “gesto” dell’arte. Forse non è un caso che oggi più che mai si sente diffusamente il bisogno di fare arte, il bisogno di suonare uno strumento, di dipingere, di creare contenuti artistici di ogni tipo, il bisogno in sostanza di essere al di là dell’impiego in cui siamo sempre sottoposti.

Si potrebbe cogliere una sorta di biforcazione tra arte come “impiego” e arte come “gesto”, tra un’arte che ha una sua utilità sociale perché intrattiene nell’impiego del “campo” sociale e un’arte che nel “gesto” rivoluzionario sovverte l’impiego risvegliando il fruitore verso la sua natura non risolvibile nell’impiego stesso. Insomma, tra un’arte che distrae dandoci l’illusione di essere liberi nell’impiego e un’arte che risveglia il nostro più intimo essere e ci rende consapevoli della nostra condizione di essere risorsa dell’impiego. In fin dei conti, ci troviamo di nuovo di fronte al catalogo dell’arte presente nei totalitarismi del ventesimo secolo: da una parte l’arte funzionale alla “salute” del popolo, dall’altra l’arte “degenerata” che insinua nel corpo sociale idee sovversive e per questo “pericolose” per la tenuta della forma che domina la nostra società.

Come al solito tocca a ognuno di noi decidere cosa alimentare di questa società odierna in cui siamo tutti immersi.

Egon Schiele – L’abbraccio (1917)

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