Tutti concepiamo intimamente la possibilità di una vita diversa, più equa e benevola che non riservi disagi e violenze.
In altre parole, tutti, per il fatto di essere umani, siamo in grado di percepire l’esistenza del bene.
Tuttavia questo bene che tutti percepiamo, non si trova “pronto all’uso”, ma dobbiamo costruirlo, spesso con fatica e coltivarlo con impegno.
Ed è qui che nella maggior parte dei casi, ci fermiamo e veniamo assorbiti dalla macchina del quotidiano che invece è già costruita e pronta all’uso secondo le modalità e gli obiettivi di un “pensiero” dominante.
Inoltre, pur percependo il piacere del bene, quando guardiamo gli altri vediamo dei “portatori di interesse”, ognuno alla ricerca di un vantaggio e di un tornaconto personale. Un altro da noi con cui dobbiamo misurarci per affermare i nostri obiettivi e assicurarci, a nostra volta, vantaggi e tornaconti.
In questo modo finiamo per identificare il bene che è un interesse generale, con il benessere materiale prodotto dal successo dei nostri ristretti interessi, ottenuto quasi sempre a scapito di qualcun’altro.
Così si costituisce il nostro mondo, un mondo divisivo, percorso da conflitti di ogni genere, un mondo in cui l’unica forma di dialogo possibile sembra essere la trattativa, la discussione interessata, lo scambio di beni materiali.
Molti pensano che questo dipenda dalla natura stessa degli umani che come tutti gli altri viventi, cercano principalmente il proprio vantaggio, secondo la regola che il soggetto più forte sopravvive sempre al più debole.
Dimenticano però che se un animale è sempre in lotta per ottenere un vantaggio materiale su un altro vivente, lo fa per assicurare la pura sopravvivenza della specie e che questo è l’unico modo di cui dispone per farlo.
Ma a differenza degli altri viventi gli umani si spingono ben oltre la ricerca della sopravvivenza della loro specie, consumano esorbitanti quantità di risorse naturali producendo esorbitanti quantità di oggetti e accumulano enormi ricchezze di cui beneficiano soltanto un ristretto numero di individui.
Fino ad oggi gli umani appaiono come gli unici abitanti del pianeta incapaci di vivere in equilibrio con la natura, portatori di un continuo squilibrio, non solo tra la vita del pianeta e le trasformazioni che essi stessi producono, ma anche tra le popolazioni umane e tra gli individui di una stessa popolazione.
L’attuale fede assoluta nel progresso scientifico-tecnologico non fa che consolidare questa tendenza. È vero che tale progresso è uno strumento formidabile per moltiplicare le possibilità di sopravvivenza della specie umana, tuttavia bisogna avere coscienza del fatto che il sapere scientifico conosce soltanto quello che può riconoscere di fatto ed esclude ogni giudizio di valore.
Non potendo dirci ciò che è bene e ciò che è male, non può costituire il fine ultimo del nostro agire e deve essere governato secondo finalità condivise dalla comunità degli umani.
Questa comunità non è soltanto la nostra, quella che esprime il nostro pensiero, il nostro gruppo sociale, il nostro paese, la nostra etnia o la nostra religione, ma è la comunità di tutta la specie umana.
Soltanto la costituzione di fini comuni, attraverso il dialogo e la cooperazione, può contrastare le tendenze egocentriche e distruttrici che vediamo costantemente all’opera e avvicinarci a quel bene che nonostante tutto, ancora dimora nelle nostre coscienze.
Foto: particolare da Nakuru County, Kenya – foto di Bibhash Banerjee