Ambiente

UN DIVERSO RAPPORTO DI FORZE, di Roberto Francesco Cicero

Oggi, se dovessi fare una scelta tra la cascata e il progetto di Wright, sceglierei la cascata.
Qualcuno potrebbe dissentire dicendo che tale scelta non è operabile e che la cascata e la casa di Mr Kaufmann sono ormai un tutt’uno “organico” e indiscernibile. Forse è vero… Un tutt’uno con un qualcosa che i futuri utenti dell’abitazione-monumento non sapevano e non potevano forse prevedere, e cioè che la casa sarebbe stata raramente abitata, sia per il fragore incessante dell’acqua, sia per la perdita di quella estemporaneità dell’approccio che aveva reso quel luogo memorabile per i Kaufmann. Non ci sono foto che testimoniano il “prima”, solo le dichiarazioni di Edgar Kaufmann, figlio del proprietario e allievo di Wright, il quale ricorda l’incanto che esercitava la rapida sui propri familiari al tempo in cui vi era solo un bungalow prefabbricato su un luogo pristino e selvaggio: “dove ci si poteva fare il bagno, prendere il sole e distendersi psicologicamente”, (Sic!).

Falling and Sinking– Lake Superior – Duluth, Minnesota – USA

Ma la cascata parla ormai una lingua che essa stessa non conosce e che il rombo dell’acqua crollata non è più in grado di declinare in suono.
C’e’ un qualcosa che Fallingwater testimonia più di ogni altra opera architettonica costruita in Occidente, e cioè che l’architettura parla di un qualcosa che sembra voler negare lo scopo per il quale il mezzo architettonico è stato messo in piedi.
Non si tratta solo del fatto che lo strumento ha perso i connotati del mezzo ed è diventato il fine, ma anche che quel fine diverso dallo scopo iniziale apre considerazioni su valori come la verità, la morale e la bellezza ritenuti eterni ed immutevoli, che fanno vacillare ogni credenza sull’arte come attività in grado di generare cambiamento sociale positivo.

“Tutto ciò che è al servizio di uno scopo, deve essere escluso dal regno dell’arte”. (Loos). Per Loos, la tesi celeberrima è che l’architettura non è arte con la sola eccezione del sepolcro e, appunto, del monumento.
Verità, bellezza e morale, non sono serve a nessuno, non sono mezzi, questo voleva dire Loos.

Quello scopo ultimo, allora, quel fine che fa perdere tutti i connotati del mezzo, deve dare luogo ad un’attività che pur rimanendo fedele alla propria missione di verità ― pur non dovendo avere altro scopo se non se stessa ― è anche capace di preparare il cammino per uscire fuori dal nichilismo.
Oggi si può pervenire alla conclusione che la casa sopra la cascata (“Fallingwater” – così chiamata e usata qui solo come esempio) è il trade-mark per eccellenza di una vecchia cultura, di un anacronismo culturale imposto dall’uomo sulla natura. Un daimon conflittuale che rivendica armonia ed equilibrio attraverso uno stato dormiente ma belligerante di energie contrapposte.

Oggi dobbiamo fare i conti con tutto ciò e scegliere un diverso rapporto di forze.
Oggi sono necessarie idee più radicali sui significati di contesto, ambiente costruito e della loro interazione. Il contesto è quell’organismo vivente che cambia a ritmi lentissimi e che chiamiamo ambiente naturale, il costruito invece è un’eternalizzazione comunemente accettata, o in altre parole, una posizione fissa arbitrariamente mantenuta, uno stato di congelamento immobile e immutabile. C’è una grande antinomia tra uno stato di natura e uno stato di cultura e questa antitesi è espressa proprio dallo scontro tra il contesto e il costruito.Per chiarire ulteriormente il concetto di “diverso rapporto di forze” attingerò da Nietzsche, come faccio spesso. Il pessimismo dionisiaco di Nietzsche trova le proprie radici nella tensione archetipica tra Apollo, dio della ragione e del pensiero razionale, e Dioniso, dio dell’irrazionale e del caos, che fa invece appello alle emozioni e agli istinti. Eppure per i Greci le due divinità non erano rivali poiché erano amalgamate nella physis. Secondo Nietzsche un nuovo ambito esplorativo potrebbe essere trovato al di là delle narrazioni della ragione e della tecnica, al di fuori della fede apollinea nel futuro. Questa attività potrebbe essere interpretata come un perseguimento senza un obiettivo specifico del tutto chiarito, in quanto non c’è modo di eludere l’inesorabile destino intrinseco nella natura caotica e distruttiva dell’universo. Il pessimismo dionisiaco abbraccia la natura mutevole del mondo lavorando sulla dicotomia Dionisio-Apollo, annullando il confine tra distruzione e creazione, ovvero tra realtà come disordinata e indifferenziata e realtà ordinata e discreta. Si tratta di un diverso rapporto di forze fatto di azioni senza appello al progresso né ad alcuna forma di sostenibilità edonistica: il nichilismo nella sua forma attiva. L’arte come celebrazione contrapposta all’arte come creazione.
Oggi, ci sono forze esuberanti, automi mediatici al servizio di poteri finanziari al di là della capacità dell’architettura ad operare come agente di trasformazione positiva, e la sostenibilità è diventata un trito luogo comune svuotato dei contenuti innovativi e rivoluzionari intrinseci ad un diverso rapporto da instaurare con l’ambiente. Gli edifici, non necessariamente prodotto finale di una cifra di pensiero e comportamento secondo linee di condotta sostenibili per ambiente e comunità, sono rivendicati come tali nei termini di una incorporazione dei principi di progettazione dell’ “architettura verde”, dei prati verticali, delle colate d’erba e della scaltra comunicazione del marketing eco-friendly, tutte acquisizioni istantanee, fondate sull’ ambiguità tra sviluppo e capacità dell’eco-sistema di sopportarlo. L’architettura da sola non può indurre cambiamenti sociali positivi. L’architettura non può essere al servizio della comunità e superare i suoi attuali limiti, a meno che non promuovi riforme per un nuovo contratto sociale attraverso metodologie non specializzate alla risoluzione dei problemi.

  1. L’assurdità dell’approccio tradizionale all’architettura attraverso la mentalità organizzativa dell’architetto che si costituisce nell’atto di confinamento della natura in una sfera di “cosa” e l’architettura invece come mediatrice tra diverse discipline e strati sociologici. Il riferimento, quindi, all’interdisciplinarità e alla competenza a 360 gradi come quella insita nell’opera demiurgica e sciamanica dell’architetto primordiale: “Dedalo”.
  2. L’assurda implementazione dell ‘ambiente costruito e il rapporto di forze squilibrato tra natura e ambiente antropizzato da una parte e la “Commedia dell’architettura” dall’altra in quanto narrazione dietro ogni progetto, esperienza del mondo reale che amplia la nostra comprensione dei fenomeni e dei fattori che devono essere presi in considerazione nello sviluppo di soluzioni praticabili. C’è un rapporto inscindibile tra temporalità ed esistenza, c’è ispirazione e intuizione dalle quali poter attingere attraverso il coinvolgimento di altre discipline per disegnare un paesaggio meta-architettonico che sia allo stesso tempo multimediale e interattivo.
  3. Crediamo che solo un’ibridazione della pratica architettonica tradizionale e dei suoi strumenti consolidati possa minare le uniche putative soluzioni tecniciste messe in piedi e disponibili al momento attraverso l’esaltazione tecnologica (foto-voltaico, eolico, e fonti alternative d’energia come il nucleare) quando il problema, invece, andrebbe prima affrontato realizzando un sistema organizzativo a larga partecipazione, non gerarchico e non eteronomo.

Il percorso da percorrere non è indicato ma è nella direzione di un processo progettuale allargato che fonde le arti visive e performative; è un eludere il pensiero tradizionale sulla funzione dell’arte e dell’architettura. L’architettura e le arti visive incontrano il teatro e le arti performative in un modo non dissimile da Nietzsche che ripercorre le origini dell’antica tragedia Greca nella mescolanza di elementi apollinei e dionisiaci a partire dalle origini auratiche e sacrali delle rappresentazioni teatrali, prima che autentici atti celebrativi e non espositivi della comunità diventassero manifestazione e spettacolo.

Fallingwater a Bear Run in Pennsylvania rappresenta il luogo dove la mummificazione architettonica e l’euforia imprenditoriale hanno preso il sopravvento. Penso che il proclama di Loos sia coerente con il suo saggio protomoderno “Ornamento e Delitto”. L’architettura odierna della sostenibilità edonistica, è infatti un tatuaggio superficiale completamente aderito come un film al corpo sociale, basandosi esclusivamente su forme ostentate e retoriche di case ecologiche, edifici verdi e quartieri futuristici della città territorio. Alla luce di ciò, la lezione di Adolf Loos apre la prospettiva storica necessaria per identificare miti modernisti (come ad esempio “la machine à habiter”) che trascurarono le questioni profonde ed essenziali dell’esistenza e della temporalità. La sostenibilità edonistica agisce interamente all’interno dell’edificabile e si riduce a puro ornamento. Essa ha un’essenza originaria fornita dall’illusione di una cultura della differenza nell’uniformità di credenze in progressivo dissolvimento un tempo incarnate dalla condizione moderna. Oggi è ciò che viene concesso a chi è incaricato di trasformare l’ambiente urbano e territoriale secondo i paradigmi della crescita e dello sviluppo economico, portando a spettacolarismo, gentrificazione, migrazione e declino dell’architettura a mero ruolo esornativo di servizio all’agenda di marketing di una cultura di mercato iperconsumisica e iperglobalizzata.

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