E’ chiaro oramai che nelle società industriali avanzate, è la produzione a creare, attraverso i mass-media, i bisogni del consumatore.
Allo stesso modo gran parte della politica d’oggi è costantemente impegnata, con tutti i mezzi di persuasione possibili, alla costruzione dell’avversario. Inteso proprio come nemico, come qualcuno che è avverso e deve essere abbattuto prim’ancora che battuto.
Potremmo dire che come il potere economico ha necessità di creare il bisogno, così il potere politico ha bisogno di creare il nemico. E come il bisogno assicura il consumo, così l’esistenza di un nemico da cui difendersi assicura l’egemonia del gruppo dominante.
La difesa dal nemico diviene così la priorità assoluta dello stato e la motivazione primaria per cui lo stato esiste. Grazie a questa persuasione, anche una vasta maggioranza della popolazione percepisce la necessità di avversare popoli, persone, razze e religioni, come l’impegno principale della società e dello stato.
La missione salvifica attribuita al potere politico ne legittima il dominio e il controllo esercitato sulla società e allontana da qualsiasi impegno verso il progresso sociale, verso la tolleranza e la comprensione del diverso, verso la costruzione di una società inclusiva, verso la costruzione di una pace duratura tra i popoli.
Intanto guerra e distruzione appartengono al nostro vivere quotidiano e sentiamo ripetere ogni giorno che per raggiungere la pace, la guerra è spesso una necessità.
Ma quale reale pacificazione tra popoli in conflitto può scaturire da un azione violenta che costringe alla resa una delle parti?
Una reale pacificazione è possibile soltanto attraverso un reale sforzo volto a comprendere le ragioni degli altri per quanto piccole e velate da pregiudizi e convinzioni infondate.
Ha scritto Tolstoj che “La cosa più spiacevole è che, tutti preoccupati per migliorare le forme della violenza -ciò che non può cambiare la loro situazione-, gli uomini si allontanano sempre più dalla sola attività che può loro procurare un autentico benessere” (Guerra e rivoluzione, 1906).
La guerra è funzionale principalmente al potere a cui garantisce la solidità del dominio esercitato sui popoli. Quei popoli che così rinunciano alla possibilità di costruire le premesse di una pace duratura, unica vera condizione di stabilità sociale ed economica che può permettere a tutta la specie umana di godere appieno della intrinseca ricchezza del pianeta terra.

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