Musica

ABITARE I SUONI DELLA TERRA XV – L’INSTABILE UNITA’ SONORA DI SE’ STESSI, di Francesco Cardone

In questo percorso di approssimazione verso la dimensione sonora dell’esistenza ho cercato di mettere in rilievo quanto il suono sia centrale nella vita umana. Molte figure sono state richiamate per dare forza al carattere sonoro dell’esistenza e innumerevoli altre potrebbero essere impiegate per questo scopo.

Seguendo questo percorso di ricerca, vorrei in questo breve articolo riprendere e approfondire il carattere unitario “o quasi” della nostra esistenza seguendo la morfologia del suono musicale.

Nietzsche in diversi luoghi della sua opera insiste sul carattere polimorfo della nostra esistenza, l’“individuo”, in effetti, più che una realtà, sembra essere una mera invenzione linguistica che ha lo scopo di dare parvenza di unità a ciò che per “natura” è una costellazione irriducibile, un fascio di impressioni ed emozioni che non hanno alcun soggetto che ne sia il referente ultimo. Quello che apparentemente si presenta come una costellazione unitaria della nostra personalità, in realtà si articola come un insieme di tanti centri di forza, di tante diverse prospettive che non trovano quasi mai un baricentro, anzi frequentemente la nostra interiorità si presenta come un “teatro” i cui personaggi sulla scena confliggono per prevalere gli uni sugli altri. Le voci di questo arcipelago interiore si sovrappongono e lottano per la loro supremazia, come se ognuno volesse essere l’unico protagonista di questo spettacolo teatrale che coincide con la nostra stessa vita.

Nel fenomeno musicale troviamo qualcosa di simile al conflitto che costituisce la nostra vita interiore. In molte opere polifoniche si può notare una tessitura sonora che tende a lacerarsi in tante voci che si richiamano vicendevolmente ma anche si negano come se ci fosse una lotta per la supremazia. Molte composizioni del XX secolo possono certamente evocare questo carattere conflittuale del farsi della musica. Esse sono fiorite, in effetti, nello stesso periodo in cui la psicoanalisi ha mostrato il carattere multiforme della psiche umana. Eppure sappiamo anche che ogni grande opera musicale si articola a partire da una sorta di coerenza interna che tiene legato ogni singolo aspetto della composizione, come se ci fosse un “codice” nascosto che unifica ciò che apparentemente sembra slegato. Il punto è che questo codice unitario non si palesa come qualcosa di diverso dalla multiforme varietà dei suoni che costituisce l’intero. Non c’è il codice unitario da una parte che regge i fili della composizione e dall’altra la varietà dei suoni che sono uniti da tale codice. In tal senso, un’opera musicale non può essere assimilabile ad una sorta di figura geometrica composta da miriadi di punti che sono coerentemente unificati da una funzione algebrica. Una prima domanda che allora ci potremmo porre è: perché un’opera musicale non può essere risolta secondo un metodo matematico come quello dello studio di funzioni? Forse perché mentre nelle funzioni algebriche i rapporti rimangono fissi e immutabili, nel fenomeno musicale il codice unitario è soggetto a molteplici variazioni. Tali variazioni sono la vita stessa di quel codice unitario che tutto regge solo nella misura in cui accoglie dentro di sé la tendenza ad un continuo mutamento. Si costituisce allora un perenne gioco in cui coerenza e variazioni si trasfigurano l’uno nell’altro: la coerenza dell’opera si conserva solo nella misura in cui accoglie continui mutamenti, e questi ultimi si sviluppano sempre in una trama unitaria che non produce distruzione ma rivela continuamente sé stessa in ogni figura parziale dell’opera e contemporaneamente si inabissa in essa. Il codice dell’opera non è in un altro luogo se non nelle figure parziali dell’opera, ma questo “esserci” non è mai completo, semmai sempre parziale, come se avesse “altro” da dire, come se la stessa figura parziale dicesse sé stessa e altro da sé. Un frammento melodico rivela sé stesso e allo stesso tempo preannuncia qualcos’altro, oppure in esso riecheggia qualcosa che è già stato, anche se in una forma mutata. Ogni frammento dell’opera è come se fosse l’eco dell’intera opera ma sempre da un certo punto di vista. Ma questo significa che ogni punto di vista non è semplicemente “un” punto di vista, ma una finestra di un mondo molto più vasto e ricco di sfumature.

Potremmo allora chiederci: tutto quello che si è appena detto della “vita” di un’opera musicale non potrebbe valere anche per l’esistenza umana? Lo stesso Nietzsche, che nega la possibilità che la trama della nostra esistenza possa essere racchiusa in un fantomatico soggetto unitario, parla di amor fati e ci invita a “divenire ciò che siamo”. Come possiamo allora coniugare la costellazione slegata delle nostre figure con il compito destinale di “divenire ciò che siamo”? Chi siamo noi “ogni volta”? Ogni nostra figura è come se avesse la pretesa di dire: “tu sei questa figura!” oppure “io sono la tua autentica voce!” – In questa ressa ogni figura di noi stessi ha la pretesa di voler colonizzare ogni nostro aspetto, di essere l’unico volto, invalidando tutte le altre figure che compongono l’intera nostra esistenza. Forse la nostra vita ha sempre il germe della follia (sic!), ossia una pluralità di volti spesso in conflitto per la supremazia, creando una costante disarmonia che si palesa mediante sintomi che rasentano la follia. Oppure…oppure in questa apparente follia si nasconde qualcosa di assolutamente coerente. James Hillman nel Codice dell’anima parla della “teoria della ghianda”, per la quale, evocando il mito platonico di Er, ognuno di noi nasce per realizzare il proprio destino, per divenire appunto ciò che in verità si è. Eppure tale compito sembra costantemente disperdersi in tante figure che ci caratterizzano, senza riuscire a trovare il filo conduttore che si cela nella ghianda di ognuno di noi. Ma forse proprio questo disperdersi in una miriade di frammenti esistenziali potrebbe essere l’unico modo per ritrovare e riconoscere noi stessi. E se fosse proprio il perdersi la sola condizione per ritrovare sé stessi? Non dovremmo allora constatare che solo perdendoci abbiamo la possibilità di ritrovarci e, viceversa, solo in questo ritrovarsi ci concediamo la possibilità di perderci in un’altra figura? Nietzsche afferma “divieni ciò che sei”, ma in cosa consiste questo “divenire”? E in che modo si può essere sé stessi se quest’ultimo è costantemente soggetto a miriadi di variazioni?

Proviamo a intrecciare adesso la vita del suono di cui possiamo far esperienza nell’ascolto di un’opera musicale con la vita della nostra stessa esistenza. Si è detto che nel fenomeno musicale ogni frammento dice sé stesso ma porta con sé anche il germe di qualcos’altro, come se fosse una sorta di eccedenza che si rivela facendo echeggiare sé stesso e altro da sé, appunto un’eccedenza che si nasconde e si rivela nel frammento stesso. Il codice unitario dell’opera musicale si rivela e si inabissa in ogni momento dell’opera, si rivela perché ogni frammento non è mai slegato dagli altri, anche quando ha la pretesa di prendere il comando dell’opera, ma allo stesso tempo si inabissa in esso, perché ogni frammento non può esaurire l’intero, non può rivelarlo in tutte le sue possibilità. Il “codice dell’anima” di ognuno di noi sembra seguire una dinamica molto simile, in ogni frammento della nostra vita si rivela qualcosa che eccede i limiti di questo frammento, noi in ogni momento è come se rivelassimo agli altri e, soprattutto, a noi stessi una trama che lega tutta la nostra vita, una trama che non congiunge solo il nostro presente con il nostro passato, ma anche con il nostro futuro. In ogni momento si condensano “ciò che siamo”, “ciò che siamo stati” e “ciò che siamo chiamati ad essere”. Allo stesso modo, ogni frammento non può esprimere la vastità del nostro essere e, in tal senso, proprio il nostro essere, il “codice dell’anima”, tende a inabissarsi, a perdersi in ogni frammento. Ecco che ritorna allora la medesima dinamica del perdersi per ritrovarsi e del ritrovarsi per perdersi di nuovo. Ora, può essere comprensibile il guadagno che otteniamo quando dal perdersi perveniamo al ritrovare noi stessi, ma quale guadagno abbiamo quando dopo esserci ritrovati, ritorniamo a perderci? Semplicemente questa apparente perdita ci permette di far emergere nell’alterità qualcosa di noi stessi che altrimenti sarebbe rimasta del tutto nascosta. E questo perché ogni volta che da questo perderci ritroviamo noi stessi, emerge qualcosa del nostro codice che pur essendoci sempre stato non era ancora visibile o, ancora meglio, “udibile”. Come se la nostra ghianda, per crescere e rivelarsi per quella che è, avesse bisogno di vivere una moltitudine di esperienze spesso in conflitto tra loro. Allo stesso modo, ogni opera musicale per rivelare sé stessa in tutti i suoi frammenti necessita di ricostituirsi in ogni frammento, e in questo ricostituirsi in ogni frammento si rivela contemporaneamente sia come qualcosa di unitario, sia come sempre cangiante. La ghianda della nostra esistenza emerge maturando progressivamente in ogni frammento della vita, secondo la dinamica del raccogliersi e disperdersi in esso, costituendo in questo modo il suo divenire che, a ben vedere, coincide con il suo stesso essere: divenire per essere, essere per divenire.

Paul Klee – Teatro botanico (1934)

A conclusione di questo articolo, potremmo porci la domanda: qual è il suono di ognuno di noi? Qual è il “mio” suono, il “vostro” suono, il “tuo” suono? Ogni nostro suono esprime noi stessi, anche quando si presenta come una sorta di negazione. In effetti, l’espressività è il modo in cui l’esistenza semplicemente “è”. Eppure ogni suono necessita di una decisione per essere, quella di decidersi o non decidersi per sé stessi. In ogni decisione noi possiamo accogliere o non accogliere ciò che siamo e che, per essere, necessita di divenire costantemente. Ma divenire cosa? Evidentemente sé stessi. Nella decisione è quindi implicita l’accettazione che per divenire sé stessi dobbiamo nel con tempo esser altro da noi stessi. Decidersi per sé stessi vuol dire, allora, anche decidersi di accogliere altro da sé, e solo secondo questa dinamica il proprio sé ha la possibilità di crescere e rivelare progressivamente sé stesso, come una pianta che cresce solo in relazione con ciò che è altro da sé. Forse in questa dinamica, in cui per essere sé stessi dobbiamo accogliere l’esser altro da sé, si palesa quanto sia sottile la differenza tra ognuno di noi, tra “me” e “voi”, tra “me” e “te”. Forse proprio in questa sottile differenza tra ognuno di noi, potremmo cogliere ed accogliere che il nostro suono è l’eco particolare del mondo che abbiamo accolto in noi stessi permettendo, in questo modo, di nutrire la nostra ghianda, il nostro suono, e di favorire il nutrimento delle altre ghiande che ci appartengono come alterità essenziali della nostra stessa crescita. Sono forse questi i suoni della Terra?

Per dare voce sonora a questa riflessione, mi permetto di lasciare il link di un mio lavoro musicale scaturito da una mia meditazione e che esprime dal punto di vista della mia ghianda esattamente il senso sonoro di quello che è stato detto in precedenza:

Invia una risposta

Il tuo indirizzo mail non verrà reso pubblicoI campi richiesti sono contrassegnati *