Società

RIFLESSIONI SU GAZA E LA CIVILTA’ OCCIDENTALE, di Francesco Cardone.

L’ASSORDANTE SILENZIO.
sta accadendo qualcosa nel mondo “fortunato”, nel mondo occidentale, che io trovo ormai insopportabile: stiamo assistendo a reti unificate ad un genocidio che si sta consumando sulle coste del Mediterraneo. Ormai ogni finta motivazione ostentata da Israele si sta sbriciolando, il vero obiettivo del governo sionista non è mai stato quello di distruggere Hamas e liberare i prigionieri ebrei, ma…appropriarsi dei Territori palestinesi per creare una nazione ebraica che domini l’intero Medio Oriente.
Ormai è tutto chiaro e, in fin dei conti, lo era da decenni; quello a cui assistiamo a reti unificate è solo una politica coloniale che sta spazzando via un intero popolo, senza alcun riguardo per le vite che ogni giorno muoiono per i bombardamenti e per la mancanza di cibo e di acqua. Israele sta distruggendo le essenziali condizioni per la nuda vita…e noi tutti stiamo a guardare.
Ogni volta che una voce protesta contro questo genocidio, si alzano le trombe dell’antisemitismo, e questa accusa indebolisce la forza della protesta e rafforza la politica dello sterminio. Probabilmente ci sarà qualche “guardiano” della politica genocidaria di Israele e dei suoi alleati occidentali che è già pronto ad accusarmi di essere un antisemita per quello che sto scrivendo, nonostante le decine di migliaia di morti a Gaza. Ma non importa, io so di non essere un antisemita e so distinguere tra il popolo ebraico e la politica criminale di uno Stato sostenuto dai suoi alleati, ma non importa soprattutto perché in questa soglia epocale forse si deciderà del futuro che ci attende, e non sto parlando solo del destino funebre del popolo di Gaza, ma della vita di noi tutti.
Crediamo veramente che a operazioni concluse, quando sarà spazzato via un intero popolo, le cose torneranno alla “normalità”? Crediamo veramente che Gaza sia semplicemente un fenomeno locale, che ci interessa marginalmente? O forse quello che sta succedendo a Gaza è un inquietante “laboratorio” in cui il “potere” sta sperimentando nuove tecniche di controllo e distruzione di ogni forma di dissidio?
E noi tutti stiamo a guardare, costantemente distratti da un frivolo intrattenimento. Passiamo compulsivamente da video di gattini a video di ricette di cucina, da meravigliose vacanze accessibili a pochi a video di macerie e morte, e ci stiamo abituando a questo brodo di immagini. Questo genocidio rischia di diventare l’ennesimo esempio di rumore bianco di Internet, senza memoria, senza significato, solo un momentaneo intrattenimento che distrae. Ma distrae da cosa? Da un’esistenza che sembra non avere più significato?
Eppure la società civile c’è e in tante occasioni fa sentire il suo dissenso. Certo sono occasioni che appaiono e poi spariscono, apparentemente senza lasciare traccia. Forse allora dovremmo ripeterle in continuazione, non abbassare mai l’attenzione, fare di Gaza la notizia più importante di questi anni, e non perché non ci siano altri focolai di guerra – posto che si possa in questo caso parlare di guerra e non di mero genocidio -, o luoghi del mondo dove la gente non muore di fame e di stenti, o perché semplicemente a Gaza si soffre di più di altri luoghi del mondo; semmai perché Gaza è uno specchio che riflette la “nostra” umanità di fronte all’orrore, è un luogo apparentemente lontano eppure maledettamente vicino a noi. È un luogo che decide della nostra capacità di provare o non provare compassione per l’altro. Ma cos’è l’altro? L’altro è la misura di quello che potrebbe un giorno accadere a ognuno di noi.
La peggior cosa che potrebbe accadere adesso è quella di abituarci all’orrore, di vederlo a reti unificate per poi passare ad altri intrattenimenti, facendo di noi tutti una tribù di spettatori che confonde la morte con momenti di frivoli divertimenti, che si abitua all’indifferenza di ogni cosa e persona.
Forse siamo sulla soglia di un’epoca della totale indifferenza delle cose e delle persone…eppure credo che noi tutti abbiamo gli strumenti per spezzare questa indifferenza. Forse è il periodo delle grandi decisioni.

IL GUADAGNO AL DI SOPRA DI TUTTO
Qual è lo scopo del capitalismo? Qual è la sua meta finale?
Se dovessimo rimanere alla vecchia concezione del XIX e XX secolo, dovremmo concludere che lo scopo del capitalismo è semplicemente un accumulo indefinito del capitale. Tale accumulo segue molteplici strategie, come l’abbattimento progressivo dei costi di produzione, la capacità spietata di vincere la concorrenza, di creare nei consumatori il desiderio di prodotti spesso non necessari, di violare tutte le regole etiche che preservano gli ecosistemi che sostengono la vita o anche sfruttare una fetta di mercato che di volta in volta si presenta al di là di qualsiasi principio etico.
Il capitalismo non segue alcun principio morale, la sua unica “etica”, palese o nascosta, è la crescita illimitata del profitto che implica una crescita del potere sociale e politico equivalente. Chi decide l’agenda politica degli USA? Il popolo? O più verosimilmente le grandi Corporations?
Esistono principi morali che le Corporations impiegano per le loro decisioni? Direi proprio di no.
Un esempio della più assoluta mancanza di principi morali nelle Corporations americane – ma oggi potremmo dire planetarie – è stata la collaborazione economica di diverse grandi Corporations americane con la Germania nazista, come Standard Oil, General Motors, Ford, Coca-Cola, Du Pont, Union Carbide, Westinghouse, General Electric, Goodrich, Singer, Kodak, ITT, P. Morgan e IBM.
Queste Corporations conoscevano la natura abietta e criminale del regime nazista, eppure continuarono a collaborare con il nazismo, anche dopo l’inizio della seconda guerra mondiale e durante lo sterminio del popolo ebraico.
In particolare la IBM non solo collaborò con il nazismo durante la Shoah, ma addirittura venne consapevolmente coinvolta nell’organizzazione dei campi di concentramento e di sterminio tedeschi. La IBM con le sue filiali in Germania ebbe il compito di produrre le schede perforate per catalogare i prigionieri dei lager nazisti, in cui venivano schedate le tipologie di persone che dovevano essere impiegate nei lavori forzati o eliminate, come appunto gli ebrei e altre tipologie di esseri umani.
Si dirà che a guerra finita, dopo la palese mostruosità della politica nazista, le stesse Corporations abbiano deciso di assume nella loro politica economica un qualche principio etico…e invece no! Non è cambiato nulla nel loro modo di fare affari, nessun principio etico intacca le loro decisioni.
La stessa IBM oggi fa affari d’oro con lo Stato di Israele, come riportato dall’analisi di Francesca Albanese, e ottiene ampi profitti speculando sulle operazioni militari dello Stato sionista che sta realizzando il genocidio del popolo palestinese. Insomma il genocidio di un popolo può essere una fonte di grande guadagno per tante Corporations, come appunto la IBM.
In effetti, fa rabbrividire che non solo le Corporations possano lucrare sulla morte di un numero impressionante di civili inermi, ma che gli stessi eredi sopravvissuti alla furia omicida nazista, che oggi costituiscono lo Stato di Israele, possano collaborare “amichevolmente” con la Corporation che ha partecipato allo sterminio dei loro avi.
Evidentemente un certo potere economico, politico, sociale e militare non ha alcuna pietà non solo per gli altri, ma anche per la loro stessa memoria. Come se il denaro e il potere avesse la capacità di cancellare la memoria di ciò che eravamo. L’importante è ciò che si può guadagnare adesso e le previsioni per un profitto futuro.
Ma può un’umanità senza memoria sopravvivere alle sue continue crudeltà?
Profit über alles!

GAZA – UNA QUESTIONE DI SCELTA RISPETTO ALLA NUOVA NEO-LINGUA DEL POTERE
Alla fine il senso della vita umana si condensa in un numero limitato di scelte che decidiamo o non decidiamo di prendere.
La nascita dei totalitarismi del XX secolo fu determinata non solo dalle fazioni che spingevano verso la dittatura e dalla fragilità delle opposizioni, ma anche dalla “neutralità” della maggioranza del popolo.
Se ci riflettiamo, per creare un nuovo regime non è necessario il coinvolgimento diretto della maggioranza della popolazione, basta avere un gruppo ben organizzato di attivisti, un’opposizione debole e frammentata, ma soprattutto una maggioranza inerte, disposta per il suo “quieto vivere” a sopportare ogni trasformazione politica e sociale. Dopo l’ instaurazione del regime fascista, Mussolini ebbe sempre un occhio di riguardo per gli a-fascisti piuttosto che i fascisti radicali, ossia persone inerti che potevano facilmente essere manipolati e ricattabili. Persone prive di una coscienza politica, deboli di memoria e incapaci di cogliere le contraddizioni del potere.
Noi tutti ci troviamo in una situazione molto simile oggi. I principali organi di informazioni tendono a non usare la parola genocidio per quello che sta accadendo a Gaza, parlano di una “legittima difesa” di Israele dopo gli avvenimenti del sette ottobre del 2023. Per questa “legittima difesa” stanno morendo decine e decine di migliaia di civili palestinesi per le bombe e per la fame. Israele sta affamando un popolo per “legittima difesa”, sta distruggendo le condizioni minime per la mera sopravvivenza di un’intera popolazione sempre per questa presunta “legittima difesa”, sta costringendo i palestinesi ad un esodo devastante sempre più verso la parte meridionale della striscia di Gaza, per arginare il “pericolo” palestinese. E probabilmente, sempre per questa “legittima difesa”, Israele inizierà a colonizzare i territori strappati al popolo di Gaza.
Il mondo è ormai rovesciato: coloro che devastano un popolo intero si dichiarano “vittime” di chi subisce questa furia omicida, i carnefici sono le vittime e le vittime sono i carnefici. Sembra di ascoltare la neo-lingua di Orwell nel romanzo 1984. E chi oggi in Italia sventola la bandiera palestinese per una forma di solidarietà nei confronti degli oppressi è accusato di istigare all’odio. In questa nuova neo-lingua orwelliana possiamo notare che: “genocidio” significa “difesa”, “terrorista” significa “palestinese”, “colonizzare” significa “ricevere la terra promessa da Dio” e “futuro terrorista” significa “bambino palestinese”.
Durante il nazismo, la propaganda giustificava lo sterminio del popolo ebraico come un atto di “difesa” del popolo ariano nei confronti del “pericoloso” popolo semita. In quella neo-lingua “sterminio” significava “difesa” e, a sua volta, “sterminio” significava “medicalizzazione” del popolo tedesco.
Il punto essenziale di questo ragionamento è che oggi, come quasi novanta anni fa, molte persone iniziano ad assimilare lentamente questa neo-lingua, a convincersi progressivamente che è “giusto” devastare un’intera popolazione per difendersi, a identificare il palestinese come un terrorista, ecc.
Ma perché accade questo? Perché una parte della popolazione non vede le contraddizioni insite in questa neo-lingua? Si tratta di pigrizia intellettuale? Di incapacità di sviluppare un senso critico rispetto a ciò che ascolta nei principali canali di informazione? O semplicemente di una mancanza di coraggio di avvalersi del proprio intelletto senza la guida di un altro?
Kant definì l’illuminismo come: “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!”
Forse alla fine della giostra si tratta solo di un po’ di coraggio. Perché ci vuole coraggio a sostenere le ragioni di un popolo inerme e affamato, quando il carnefice e i suoi alleati, con strumenti di repressione potenti, minacciano chiunque provi a sollevarsi contro l’unica “verità” che viene propagandata; perché ci vuole coraggio ad opporsi alla linea politica che la maggioranza dei governi sta attuando; perché ci vuole coraggio a subire il carcere per le proprie idee; perché ci vuole coraggio ad affermare la propria unicità rispetto a una inerte maggioranza che tende verso l’omologazione di pensieri e azioni; perché ci vuole coraggio a scegliere per la propria libertà piuttosto che assecondare la voce del padrone di turno.
A conclusione, immaginiamo questa ipotetica scena: dei giovani attivisti manifestano per Gaza e vengono arrestati dalla polizia, tutto viene ripreso e trasmesso sui canali di informazione. Cosa accadrà alla maggioranza delle persone che vedrà quel video? Ci saranno persone che sosterranno le forze dell’ordine, ritenendo che quei ragazzi diffondo un odio razziale antisemita andando contro la legge; ci saranno altri che troveranno vergognoso quell’arresto, ritenendolo una forma di censura illegittima, contro ogni diritto di manifestare la propria solidarietà per un popolo devastato e continueranno a ripetere le stesse manifestazioni, rischiando anch’essi il carcere; ma ci saranno anche coloro che, pur ritenendo che quella manifestazione sia giusta e la sua repressione illegittima, preferiranno rimanere in silenzio, evitando così di non incorrere nello stesso “pericolo” rispetto al “quieto vivere”. Sia chiaro, la paura è un sentimento umano che abbiamo tutti, io compreso. Ognuno di noi, quando deve prendere una decisione, considera, per un normale senso di paura, i possibili pericoli insiti in quella scelta; ma è altrettanto vero che il potere si alimenta grazie alla nostra paura. Ebbene, spesso è proprio la crescita di questa parte della popolazione a rendere possibile la frana verso forme di governo dispotiche.

NOI E GAZA
Perché la situazione a Gaza sta diventando la notizia più importante di questa estate del 2025? Eppure nel mondo ci sono tanti altri popoli che stanno soffrendo, che vivono nella guerra e ne subiscono le atrocità. Cosa rende Gaza così particolare e rilevante per l’opinione pubblica occidentale?
Forse per rispondere a questa domanda, dovremmo prima chiederci “chi siamo noi”. Noi siamo gli eredi della cultura e della civiltà occidentale, e questo significa che siamo gli eredi di una civiltà che ha colonizzato l’intero pianeta, che ha imposto con le armi il nostro stile di vita alle altre civiltà umane. Pensiamo semplicemente cosa è accaduto ai nativi americani quando, a partire da Colombo, l’Europa ha iniziato a occupare quelle terre con la forza delle armi e la presunzione di una cultura superiore, dando a quel continente un nuovo battesimo: America.
Forse l’unico continente che ha resistito, almeno in parte (sic!), l’urto dell’espansionismo coloniale occidentale è stato l’Asia. Non certamente tutta l’Asia, ma le grandi civiltà orientali sono riuscite a conservare parte delle loro tradizioni, nonostante la voracità di quel colonialismo.
Il punto è che Israele appartiene alla nostra civiltà, anzi il popolo di Israele rappresenta gli eredi di una delle radici culturali della civiltà occidentale. Quando vediamo ogni giorno la brutale politica coloniale di Israele nei confronti della Palestina, vediamo qualcosa che l’Europa ha sempre fatto nel passato: come gli spagnoli nell’America latina, o gli inglesi nel Nord America e in Australia, per non parlare della maggior parte delle nazioni europee in Africa, compresa la nostra Italia.
Israele, per colonizzare l’intero Medio Oriente – perché in fin dei conti di questo si tratta -, non sta facendo altro che impiegare, con tecnologie molto più avanzate, le stesse strategie coloniali che l’Europa ha usato in passato e che, in un certo qual modo, impiega anche in questo presente.
Eppure nei nostri libri di storia la politica coloniale europea è stata sempre stigmatizzata come un motivo di vergogna, come un esempio di ciò che non si dovrebbe più perpetuare. Forse ha ragione Hegel quando afferma che: “tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia non ha imparato niente.”
Sono sempre rimasto colpito dal modo in cui il più importante antropologo del XX secolo, Claude Lévi-Strauss, giustificava la nascita dell’antropologia culturale: egli affermava che, in fin dei conti, l’antropologia è un modo per chiedere “scusa” a tutte le civiltà che abbiamo distrutto, un modo per “salvare” nella nostra memoria collettiva ciò che gli Stati europei hanno devastato materialmente e culturalmente. Il punto è che l’antropologia viene sempre a misfatto compiuto, come uno storico che studia civiltà ormai scomparse. Mi chiedo se faremo lo stesso con Gaza e la sua cultura millenaria (sic!).
Il punto centrale, però, su cui vorrei insistere in questo confronto tra noi e Gaza, riguarda il ruolo degli Stati nei confronti del popolo palestinese. Molti Stati hanno riconosciuto la legittimità dello Stato palestinese, altri, come Israele, Stati Uniti e Italia, si rifiutano di riconoscerlo. Perché? Semplice, perché secondo la “nostra” logica solo uno popolo che “appartiene” ad uno Stato ha diritto di esistere, di avere un territorio, un’economia, un’organizzazione sociale, una religione e soprattutto un esercito. Il diritto per noi è sempre il diritto di uno Stato. A differenza dei palestinesi, “noi” siamo un popolo “di” uno Stato, ossia siamo un popolo che ha diritti solo perché “appartiene” ad uno Stato. Si dirà, “ma come! Non dovrebbe essere lo Stato ad appartenere al popolo?” Non dovrebbe essere lo Stato l’espressione della volontà popolare? Formalmente è così, lo Stato dovrebbe essere l’espressione della volontà popolare e il popolo dovrebbe avere diritti inalienabili indipendentemente dall’esistenza dello Stato. Eppure noi possiamo veramente parlare di diritti e preservarli concretamente solo nella misura in cui ci costituiamo come Stato riconosciuto da altri Stati.
Probabilmente gli ebrei sopravvissuti alla furia omicida nazista ritennero che l’unico modo per sopravvivere in un mondo costituito da Stati, fosse quello di diventare essi stessi uno Stato.
Ed è qui il primo aspetto del massacro del popolo di Gaza. Israele, seguendo la logica del colonialismo europeo, si rifiuta di riconoscere lo Stato palestinese, usando il debole argomento del terrorismo di Hamas, perché questo implicherebbe dover riconoscere a livello internazionale i diritti di un popolo sui territori in cui vive da millenni, come anche il diritto di armarsi.
Diversi coloni israeliani, che occupano i Territori palestinesi, continuano ad affermare che la Palestina non è mai esistita in passato, si tratta solo di popoli sparsi, senza uno Stato e quindi senza alcun diritto. I coloni israeliani invece “appartengono” ad uno Stato e quindi sono titolari di diritti inalienabili, per giunta appartengono al popolo “eletto” che vive nei territori promessi da Dio: che per loro è la più grande autorità di diritti.
Ecco allora emergere il secondo punto spregevole del massacro del popolo di Gaza: un popolo, una persona, un bambino ha diritto di esistere come uomo e prosperare solo quando appartiene ad uno Stato? È lo Stato che decide se un essere umano è un essere umano? Gli spagnoli quando andarono a colonizzare i popoli “americani” usarono l’argomento che in realtà quei popoli non erano dei veri esseri umani, ma degli omuncoli, degli animali sprovvisti di alcuna cultura, religione, organizzazione sociale, ma soprattutto di uno Stato. Perciò per lo Stato spagnolo era del tutto legittimo colonizzare quelle terre e sterminare quei popoli.
A Gaza sta accadendo qualcosa di simile. Gli uomini non hanno diritti perché sono degli uomini, ma sono degli uomini che hanno diritti nella misura in cui “appartengono” ad uno Stato.
Forse è venuto il momento di decidere se favorire l’umanità come tale, indipendentemente dal fatto di appartenere o meno ad uno Stato, oppure di continuare ad accettare la superiorità giuridica dello Stato sull’umanità. Gaza è un’umanità “nuda”, senza alcun “abito” statale, così come lo era il popolo ebraico dopo le leggi di Norimberga nella Germania nazista.

GAZA E IL CAPITALISMO: LA SCISSIONE DELLE NOSTRE COSCIENZE
Può un genocidio essere fonte di guadagno per le grandi Corporations? Se dovessimo seguire la storia dei coinvolgimenti delle Corporations americane durante il regime nazista e l’attuale coinvolgimento di molte Corporations con lo Stato di Israele e la sua politica genocidaria nei confronti del popolo palestinese, si dovrebbe concludere che il genocidio, ogni genocidio, è una straordinaria fonte di guadagno.
Potremmo allora concludere il contributo con l’espressione “Il profitto al di sopra di ogni cosa!”
Eppure nelle nostre scuole “occidentali” si cerca costantemente di insegnare altri valori alle nuove generazioni: il valore della vita al di là di qualsiasi profitto, il rispetto della vita umana al di là di qualsiasi guadagno, il rifiuto di considerare l’esistenza umana come un mezzo di profitto. Poi però c’è la vita reale, la società civile con le sue logiche economiche. E qui tutto cambia: la vita umana vale se genera profitto, il guadagno determina il “grado” di rispetto di ogni singolo essere umano e l’esistenza ha significato solo come mezzo di profitto.
Sembra di vivere su due binari paralleli che non si incontrano mai: da una parte i “valori” umanitari che riempiono migliaia di pagine dei nostri libri di scuola, dall’altra le regole severe della struttura economica della medesima società, sintetizzabili nel motto “mors tua vita mea”. Due binari paralleli che formano la coscienza occidentale e, se è vero che la formano, allora tali binari si ripresentano nella coscienza di ognuno di noi.
Come funzionano i nostri processi mentali? Da una parte siamo imbevuti di valori universali, come appunto il valore universale della vita umana, della solidarietà, della fratellanza tra i popoli; dall’altra accettiamo, chi più chi meno, le spietate regole dell’economia moderna, utilizzando spesso slogan del tipo: “così va il mondo”, “questa è la realtà”, “l’uomo è un essere crudele”, “la vita e una perenne lotta per la sopravvivenza e la sopraffazione”, ecc. Si crea quindi una sorta di drammatica scissione nella nostra coscienza singola e collettiva, da una parte sentiamo validi quei valori universali, in particolare quando subiamo un’ingiustizia, dall’altra accettiamo nella nostra stessa coscienza la realtà feroce in cui siamo immersi, e spesso siamo noi ad alimentarla, in particolare quando l’ingiustizia è subita da “altri”.
Oscilliamo continuamente su queste due sponde, come un funambolo che salta da una corda all’altra, come se fossimo tutti “bipolari”.
Una persona si può presentare come un buon padre di famiglia, amorevole, solidale con i suoi familiari e i suoi amici, e poi lavorare per generare profitto attraverso la sofferenza altrui, anzi fare di quella sofferenza la fonte primaria del proprio e altrui profitto.
Hannah Arendt descrisse efficacemente questo aspetto nel “buon padre di famiglia” presente nel carnefice nazista, in grado di sterminare migliaia di bambini ebrei per poi, a casa, essere un padre amorevole che gioca con i suoi figli. Si dirà che ci sono bambini e bambini, i primi sono fonte di guadagno, gli altri fonte d’amore. Un soldato dell’esercito israeliano può quindi di giorno sparare, anche con un certo macabro divertimento, bambini palestinesi che cercano cibo e poi, di sera, giocare con i propri figli, amarli e proteggerli anche a costo della propria vita. Così come ci può essere un broker che investe azioni per una grande Corporations che determina indirettamente la morte di quegli stessi bambini palestinesi, per poi a casa giocare amorevolmente con i suoi figli.
Eppure, ripetiamolo, anche quegli “obiettivi” militari e “mezzi” di profitto sono bambini. Cosa deve accadere alla mente umana perché possano coesistere questi due piani della coscienza paralleli e incomunicabili?
Semplicemente quei bambini non devono essere “percepiti” come bambini. Eppure sono lì, piangono come bambini, ridono come bambini, giocano come bambini, soffrono e muoiono come bambini. Evidentemente la mente umana ha delle riserve di “sopravvivenza” notevoli, è capace di alimentare l’orrore senza che venga percepito come tale. La nostra immaginazione può cambiare il “senso” di quello che percepiamo: “vediamo” un bambino, ma per noi ha il significato di un “bersaglio”; “vediamo” un bambino ma per noi ha il significato di un “profitto”.
Io credo che il più grande flagello che il capitalismo abbia diffuso, come un virus letale, nella nostra società moderna sia proprio questa scissione, questa distanza tra le persone, questo frapporre tra i legami umani il denaro, il profitto. Il denaro è il mediatore universale di ogni rapporto sociale, ma proprio questo carattere di mediazione distanzia le persone tra loro. Attraverso questo distacco, accade una sorta di scissione nella nostra percezione: vediamo qualcosa “attraverso” qualcos’altro. Ci sembrano bambini, ma la nostra mente li percepisce come denaro, come potenziale profitto.
È nell’ordine del “significato” che va cercato il modo in cui la scissione della nostra coscienza si costituisce. Noi, attraverso una forma di astrazione, diamo un significato nuovo a quello che percepiamo e, mediante tale nuovo significato, giustifichiamo il nostro lavoro e la conservazione dei due piani della coscienza indicati in precedenza. I bambini diventano numeri, bersagli militari e profitto. Abbiamo in questo modo cambiato l’essere-bambino, gli abbiamo dato un nuovo abito nell’ordine del significato.
È in questo piano della coscienza che forse possiamo rintracciare la più grande crudeltà della società moderna: noi distruggiamo il bambino prima di tutto attraverso la morte del suo significato originale, solo in questo modo possiamo poi eliminarlo fisicamente e preservare una certa “normalità” nel nostro comportamento con i nostri affetti più importanti, come i nostri amati figli.
In conclusione, possiamo allora rispondere a chi cinicamente afferma che “così va il mondo”: in realtà, il mondo va così, perché così “abbiamo deciso”, singolarmente e collettivamente, che deve andare. Non c’è nulla di messianico in quel “così va il mondo”, ma solo la scelta che ogni volta prendiamo quando percepiamo il mondo.

GAZA – ECONOMIA E RAZZISMO
Più volte, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, è emerso il monito di non attribuire alla politica di Israele nei confronti dei palestinesi l’appellativo di politica razzista per evitare il diffondersi di un sentimento antisemita. Eppure nell’attuale governo israeliano ci sono ministri come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Griv che costantemente parlano di suprematismo ebraico, che proclamano la nascita di una Grande Israele popolata da soli ebrei, che si rifanno a movimenti eversivi sionisti come quello del kahanismo dove elementi razzisti e religiosi diventano una miscela esplosiva dell’attuale politica genocidaria guidata da Benjamin Netanyahu.
La società israeliana, però, non abbraccia nella sua totalità queste idee estremiste, ci sono partiti progressisti che si oppongono a questa politica di estrema destra, che parlano di pace e di integrazione tra ebrei e arabi. Certo gli avvenimenti del sette ottobre 2023 hanno radicalizzato lo scontro politico e la destra ha goduto di un crescente consenso, per una certa parte del popolo israeliano figure come Smotrich e Ben-Griv sono diventati degli eroi nazionali, gli unici, a detta di molti, capaci di difendere Israele. Eppure ci sono anche familiari degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas che denunciano la politica del governo, ritenendo che l’agenda politica di Netanyahu e dei ministri di estrema destra non sia quella di fare di tutto per liberare gli ostaggi, quanto piuttosto sfruttare l’evento del sette ottobre per legittimare la definitiva colonizzazione di tutte le terre in cui vivono ancora i palestinesi.
Se dovessimo chiederci da dove proviene questa ideologia suprematista sionista, potremmo forse far riferimento agli aspetti religiosi del popolo ebraico, in cui si parla di “popolo eletto”, ma questo elemento da solo non è sufficiente per comprendere il radicalismo dei movimenti di estrema destra. Bisognerebbe contestualizzare il radicalismo della destra sionista all’interno delle idee razziste presenti nella cultura occidentale moderna, a partire dalla nascita degli Stati moderni e dell’economia capitalistica. Poi, però, c’è un aspetto specifico che riguarda la convivenza spesso conflittuale nello stesso territorio tra ebrei e arabi. Solo considerando tutti questi aspetti, è possibile comprendere le radici del razzismo suprematista sionista.
Nella storia degli Stati moderni elementi razzisti hanno sempre accompagnato la nascita di una nazione. Basterebbe ricordare la “limpieza de sangre” nella Spagna del XVI secolo o le teorie razziali durante l’epoca del colonialismo ottocentesco in Europa. Sappiamo che il razzismo e l’antisemitismo europeo non sono un parto del nazismo, ma un aspetto molto più esteso della storia europea moderna.
Si è detto che è insito nella nascita di uno Stato moderno una certa quota di razzismo, uno sorta di bisogno di omogeneizzare l’intera nazione per accelerare il processo di integrazione etnico-culturale. Nel caso di Israele sicuramente l’elemento culturale ha rappresentato un potente catalizzatore di aggregazione, non è un caso che tutti i movimenti sionisti di estrema destra si richiamino alla Torah e alle sue leggi comunitarie.
Come si può vedere, il razzismo può far leva su diversi aspetti culturali: il nazismo insisteva sui miti nordici e sulla razza ariana, il fascismo sulla gloria dell’impero romano, il sionismo sulle tradizioni ebraiche conservate nella Torah. Eppure in tutte queste varianti del razzismo, costante rimane la logica dello Stato moderno che ha sempre insistito sull’esigenza di valorizzare gli aspetti comuni di un popolo e l’espulsione delle “anomalie” culturali ed etniche che mettono in discussione l’identità della nazione.
Israele non fa qualcosa di diverso da quello che faceva l’Europa in passato e che continua a fare ancora oggi in modo più blando, ma questo non significa giustificare la politica criminale sionista. Se dieci persone uccidono degli innocenti al solo scopo di trarne profitto, non è che l’undicesimo è giustificato a fare lo stesso, semmai si può drammaticamente constatare che gli atti criminali sono dappertutto. Insomma, non si è “meno” criminale se questi atti sono realizzati da tante persone, da tanti Stati in passato come nel presente. Si rimane semplicemente dei criminali.
Il razzismo di uno Stato, in passato come nel presente, non accade senza un piano economico che lo sostiene. Ogni forma di colonizzazione ha sempre connotati economici, perché implica l’opportunità di creare nuove fonti di ricchezze per lo Stato e una parte del suo popolo. Quale parte? Evidentemente la parte che vi lucra, la parte che investe tanto denaro per trarne profitto, quindi la parte più ricca di una società.
Gaza per molti sionisti può diventare una straordinaria fonte di guadagno. Si parla di infrastrutture, di turismo, di commercio, e tutto costruito sulle macerie e le ossa di un popolo, quello palestinese.
Ma perché questo accada, il palestinese deve essere stigmatizzato come un pericoloso terrorista, l’intero popolo palestinese deve assumere le sembianze razziali di un brutale terrorista, così come nella Germania nazista o nell’Italia fascista l’ebreo veniva dipinto come un pericoloso sovversivo per la natura della sua stessa razza. Solo nella misura in cui viene artificialmente costruito l’immagine della “razza terrorista” è possibile far accettare al proprio popolo una politica di pulizia etnica e di genocidio, e solo in questo modo l’umanità può polarizzarsi in cattivi (gli altri) e buoni (noi). Il nemico oggettivo, come affermava Hannah Arendt, si costruisce e si propaganda. Ed è esattamente quello che ha fatto lo Stato di Israele, facendo di Hamas la carta di identità del popolo palestinese. In un certo senso, Hamas è uno “strumento” della propaganda sionista, perché, a differenza dell’Autorità Nazionale Palestinese con cui era possibile il dialogo, dà l’occasione al governo israeliano di stigmatizzare tutti i palestinesi come potenziali seguaci di un’organizzazione tettoristica come Hamas. Non è un segreto che Hamas sia stata velatamente sostenuta economicamente da fondi sionisti, lo stesso ministro delle finanze Smotrich ha dichiarato pubblicamente che Hamas è un’organizzazione più vantaggiosa per la “causa” sionista dell’ANP, perché giustifica ciò che altrimenti sarebbe ingiustificabile: il genocidio di un popolo di potenziali terroristi.
Ma, ripetiamolo, lo scopo ultimo di questa politica rimane il profitto, l’enorme guadagno che si nasconde dietro un genocidio. Non è inverosimile che se la pulizia etnica sarà realizzata del tutto, i membri dell’attuale governo e tutti i loro alleati potranno ottenere profitti “stellari”.
Sangue, Religione, Stato e Denaro.

GAZA – STATO, CONTROLLO E CAPITALISMO
Lo Stato di Israele nella figura di Benjamin Netanyahu ha appena annunciato di voler occupare l’intera Striscia di Gaza, giustificando questa decisione con la motivazione che, in caso contrario, gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas moriranno di fame. Ovviamente questa decisione è stata presa con il beneplacito dell’amministrazione americana di Trump.
Ci sono manifestazioni da parte delle società civili in tutto il mondo contro il genocidio di Israele e, nonostante questo, lo Stato sionista non solo non fa un passo indietro, ma addirittura annuncia una occupazione “totale” dei Territori palestinesi. Evidentemente per il governo di Netanyahu e l’amministrazione Trump c’è in ballo qualcosa di così importante da rimanere completamente sordi alla voce diffusa della società civile che tumultua per quello che sta succedendo a Gaza.
Ci troviamo di fronte a qualcosa che da tempo si ripropone nel mondo occidentale: la radicale scissione tra le istituzioni degli Stati e la società civile, la volontà del popolo o, come la definiva Rousseau, la Volontà Generale. Gli Stati non rispondono più alla volontà della maggioranza del popolo, anzi semplicemente non ne considerano più le istanze.
L’argomento di Netanyahu di voler occupare interamente la Striscia di Gaza per salvare gli ostaggi che stanno morendo di fame è un’offesa all’intelligenza di noi tutti. Salvare gli ostaggi che muoiono di fame in un territorio in cui Israele volutamente affama un’intera popolazione?
Possiamo dirlo apertamente, al governo di Netanyahu degli ostaggi israeliani non importa nulla, sono solo elementi sacrificabili per uno scopo più importante: annettere quei territori allo Stato sionista e sperimentare nuove forme di controllo sociale, il resto della propaganda è solo un mezzo per ottenere lo scopo che da tempo Israele si è prefissata di raggiungere.
Ma se gli Stati, nelle loro decisioni, non rispondono più alla volontà popolare, a chi rispondono velatamente? Cos’è che oggi decide l’agenda politica degli Stati occidentali? In una parola: gli interessi del capitalismo mondiale.
I governi attuali sono ormai diventati “amministratori delegati” di gigantesche Corporations, di azionisti che investono un mare di denaro e pretendono di ottenere un oceano di profitto. Il resto è solo un mezzo per ottenere questo scopo.
Si dirà, però, che nelle “democrazie” ci sono periodicamente le elezioni politiche, che il popolo esercita sempre il diritto di eleggere i “propri rappresentanti”, eppure sappiamo che i diversi governi non rispettano quasi mai i programmi politici osannati durante le campagne politiche che si succedono. Forse dobbiamo abituarci all’idea che durante le campagne politiche sono in gioco due programmi politici, uno per il popolo e uno per gli “azionisti” del mondo. Secondo voi, quale dei due programmi sarà sempre vanificato e quale sarà sempre realizzato?
Se oggi dovessimo fare un sondaggio e chiedere alla società civile di tutti i paesi coinvolti nelle operazioni criminali di Israele se sia giusto o meno occupare Gaza e devastare un intero popolo, come si esprimerebbe la volontà popolare? Sarebbe d’accordo con Netanyahu e Trump? Io credo proprio di no. Forse anche la società civile israeliana esprimerebbe un voto contrario alla politica del governo di Netanyahu. Eppure “loro” vanno avanti, continuano ad affermare che lo fanno per il “bene” del popolo ebraico. Evidentemente la parola “bene” ha tante sfumature, tanti significati celati, nascosti nella trama di una propaganda cinica e falsa.
Perché il popolo è quasi sempre contrario alle guerre? E invece i governi, che dovrebbero rappresentare la Volontà Generale, sono sempre disposti a scatenare conflitti? Ad armarsi fino ai denti, a ridurre la spesa pubblica per investire nella produzione di armi, come la nostra amata Europa? Per il “bene” dei popoli?
C’è il bene del popolo, quello di prosperare e godere dei beni che la società civile nel suo insieme produce, e poi c’è il bene del grande capitale, il bene degli azionisti del mondo. C’è conflitto e contraddizione tra il primo e il secondo bene? Evidentemente c’è una voragine tra il primo e il secondo bene.
Pensiamo per un attimo alla prima guerra mondiale, ogni governo proclamava la necessità di entrare in guerra per il “bene” del popolo. Ma a conclusione del conflitto i popoli hanno goduto di quel bene? Intere generazioni spazzate via dalla guerra, un’inflazione galoppante, la società civile affamata per colpa del conflitto. Eppure a detta dei governi la guerra è stata fatta per il bene dei rispettivi popoli. In verità, in ogni guerra gli unici che godono del conflitto sono coloro che investono tanto denaro per ottenere un oceano di profitto e, per giunta, in guerra non ci vanno: “armiamoci e partite”. La nuda verità è che le guerre sono sempre volute dalle classi dominanti e subite dalle classi più povere. Ogni guerra ha sempre un doppio significato: da una parte la guerra oppone due eserciti, dall’altra oppone, nei rispettivi Stati, le classi dominanti e le classi subalterne.
Dovremmo allora concludere che i membri delle classi dominanti e dei rispettivi “amministratori delegati” (i governi) sono dei fanatici sanguinari che bramano far soffrire crudelmente intere popolazioni? No, i membri delle classi dominanti sono come noi, hanno gli stessi geni dell’homo sapiens. Non è quindi nell’antropologia che possiamo rintracciare la differenza tra i membri delle classi sociali, semmai negli effetti di un sistema economico che scinde la collettività, che separa gli individui attraverso la logica del mercato, del profitto e dei sistemi di controllo.
C’è, in effetti, un’altra parola che dobbiamo aggiungere per avere un quadro più completo, ossia la parola “controllo”. Parola accennata all’inizio di questo contributo, ma che adesso merita un approfondimento.
Quello che è in atto a Gaza non è un semplice genocidio – posto che un genocidio non sia di per sé qualcosa di totalmente aberrante -, Gaza è un laboratorio per sperimentare nuove forme di oppressione e di controllo. Un laboratorio a cielo aperto, un laboratorio fatto di città, paesi, fattorie. Un intero ecosistema umano trasformato in un laboratorio che ha lo scopo, non dissimile da quello teorizzato da Hannah Arendt nei campi di concentramento nazisti: quello di verificare nuove forme di oppressione e controllo sociale.
Se in effetti ci pensiamo, le guerre hanno svolto un ruolo importante nelle trasformazioni sociali, in situazioni “eccezionali” si ha l’occasione di accelerare processi sociali dispotici che in situazioni di “normalità” sarebbe difficile realizzare. Il caso eccezionale – “guerra contro il terrorismo” – favorisce forme inedite di controllo sociale e crudele oppressione, ossia dà la possibilità al potere politico-economico di ridurre al minimo qualsiasi forma di opposizione. Le persone a Gaza non vengono semplicemente massacrate, ma anche schedate secondo determinati criteri, determinati algoritmi. La schedatura permette di classificare le persone in base alla più o meno “pericolosità” per il sistema di potere che li controlla e opprime.
È il grande sogno del potere dispotico: avere in mano un sistema di controllo totale sulla società. Forse è qui che si nasconde l’essenza più profonda di ogni forma di totalitarismo.
Il punto che ci riguarda tutti è capire se questi “esperimenti sociali” siano esportabili anche in altri contesti sociali, come ad esempio il “nostro”.

GAZA E I NUOVI STRUMENTI DI CENSURA
La notizia che sta circolando in queste ore è la proposta di un disegno di legge voluto dalla Lega di Matteo Salvini, – poco tempo fa insignito dell’onorificenza di “Amico di Israele ” e quindi del governo Netanyahu -, riguardante la massima estensione possibile dell’accusa di antisemitismo nel nostro paese.
Si tratta di un disegno di legge, quindi non ancora delineato in tutte le sue articolazioni, le cui intenzioni, però, sembrano abbastanza chiare: colpire ogni forma di critica nei confronti del governo sionista perché potenzialmente potrebbe diffondere un odio nei confronti di tutto il popolo ebraico.
Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad una mortale cancellazione del diritto di opinione, perché estenderebbe il reato esecrabile di antisemitismo a qualsiasi critica che non riguarda il popolo ebraico ma solo il governo di Israele e i suoi alleati. Se così fosse, anche la parola genocidio implicherebbe fomentare l’odio nei confronti degli ebrei come tali, perché sarebbe un atto di accusa nei confronti del governo sionista e per “estensione” del popolo d’Israele e, a sua volta, dell’intero popolo ebraico. Se così fosse, anche esprimere solidarietà nei confronti dei palestinesi, tormentati dall’esercito israeliano, sarebbe una forma di antisemitismo, perché metterebbe in cattiva luce il governo di Israele e per “estensione” il popolo ebraico. Se così fosse, anche criticare gli alleati di Israele, come gli Stati Uniti o l’Italia, sarebbe un atto di antisemitismo, perché implicherebbe l’accusa nei confronti di Stati alleati con un governo, a sua volta, accusato di atti criminali e per “estensione” nei confronti del popolo ebraico. E potrei continuare con infiniti altri casi simili.
Il punto centrale è che “solo” nei governi dispotici l’accusa di reato diventa drammaticamente ambigua, solo in quei governi il reato coinvolge una massa enorme di cittadini. L’ambiguità della legge e dei rispettivi reati codificati produce nelle persone un profondo senso di paura: la paura che le nostre parole e le nostre azioni, pur non rientrando in quella categoria di reato, possano comunque esserne un’estensione, sempre ovviamente per l’ambiguità della legge. Ricordo che durante la fase più sanguinosa della Rivoluzione francese, il regime giacobino varò la “legge dei sospetti”, in cui bastava essere sospettato di possibili atti antirivoluzionari, senza alcuna prova empirica, per essere condannato a morte: il sospetto diventò la prova sufficiente per essere condannati.
Qui ci potremmo trovare in una situazione molto simile, il semplice sospetto di fomentare odio nei confronti degli ebrei durante una manifestazione di solidarietà per il martoriato popolo palestinese, potrebbe essere sufficiente per avvalorare l’accusa di antisemitismo, anche se lo scopo dichiarato fosse solo quello di manifestare solidarietà per un popolo che sta soffrendo in modo disumano.
Per la stessa ragione io che scrivo critiche nei confronti del governo di Israele potrei diventare un feroce antisemita, sempre per l’ambiguità di questa possibile legge. Ho speso tanti anni della mia vita a condannare ogni forma di antisemitismo, a mostrare la mostruosità del regime nazista e fascista e adesso, come per magia, divento anch’io un’antisemita?
Io credo che siamo veramente su un crinale pericoloso e che dimostra, di nuovo, la totale scissione tra la politica e la società civile.
Se dovessimo seguire la stessa logica, accusare il governo italiano attuale dovrebbe per “estensione” implicare un odio nei confronti del popolo italiano? Se critico Salvini sono contro la cultura, la lingua, le tradizioni, la religione del nostro paese? Se io critico la politica di Trump, vuol dire che fomento odio nei confronti degli americani? O per “estensione”, se difendo le ragioni del popolo palestinese, questo significa che sono un seguace di Hamas?
Solo nei regimi totalitari si produce questa terribile e artificiosa identità tra popolo e governo, tra società civile e istituzioni politiche. No! Il governo e il popolo sono due cose ben distinte. Il governo rappresenta sempre una parte del popolo, mai tutto il popolo. Il governo di Israele non rappresenta il “popolo ebreo”, ma solo quella parte che l’ha sostenuto, che può, addirittura, sentirsi tradita dalle scelte politiche dello stesso governo.
Neppure durante il regime fascista c’è mai stata una totale adesione tra fascismo e società civile italiana, anche se il regime con il ricatto e la propaganda ha fatto di tutto per farlo credere. Bisognerebbe sempre ricordare che se le piazze durante i comizi di Mussolini erano piene di sostenitori del regime, è altrettanto vero che la maggior parte del popolo italiano rimaneva a casa ad occuparsi di altro. Quanti italiani furono costretti ad iscriversi al partito semplicemente per mantenere il posto di lavoro nella pubblica amministrazione? Se tutto il popolo italiano era fascista, perché dopo l’arresto di Mussolini il 25 luglio del ‘43 tutte le istituzioni fasciste si sciolsero come neve al sole?
Ripetiamolo: criticare il governo sionista, parlare di genocidio, manifestare solidarietà nei confronti di Gaza e del suo popolo, denunciare le collusioni tra il governo israeliano e il grande capitalismo mondiale non significa assolutamente fomentare odio nei confronti del popolo e della straordinaria cultura ebraica che ha lasciato semi preziosi per l’intera civiltà occidentale. La cultura ebraica ha dato origine a un numero straordinario di contributi fondamentali per lo sviluppo dell’intera civiltà occidentale, come Spinoza, Marx, Freud, Fromm, Buber, Einstein, Arendt, Bauman, Grossman, Chomsky, Roth, Levi, Moravia, Mahler, Schönberg, Ligeti, Chagall, Modigliani, e tanti altri autori. La cultura ebraica e il suo popolo non sono rappresentabili attraverso il governo di Israele, la sua estensione e varietà non potranno mai essere equiparabili ad un governo di estrema destra che porta avanti una politica criminale nei confronti di un popolo inerme. In realtà, è proprio l’attuale governo israeliano che offende ogni giorno la grandezza del popolo ebraico.

ANTISEMITISMO, ANTIEBRAISMO E ANTISIONISMO
Gli ignobili pregiudizi nei confronti del popolo, della cultura e della religione ebraica hanno caratterizzato un lungo periodo della storia europea, alimentando sempre uno spregevole odio verso questo popolo.
In un lontano passato, i pregiudizi e le forme di odio verso gli ebrei riguardavano soprattutto gli aspetti culturali e religiosi: in tal senso si parla di antiebraismo. A diffondere questo sentimento di odio nel Medioevo fu certamente la Chiesa cattolica. Già nella prima crociata, alla fine dell’XI secolo, si registrarono massacri da parte di fanatici crociati contro le comunità ebraiche incontrate lungo il loro “pellegrinaggio” armato. Successivamente, con il Concilio Lateranense del 1215, papa Innocenzo III impose agli ebrei l’obbligo di indossare abiti con un segno distintivo. Nella Spagna cattolica del XV secolo, gli ebrei furono costretti a convertirsi al cattolicesimo o a subire l’espulsione; chi rimaneva e continuava a professare la propria religione veniva condannato a morte. Anche durante la Riforma luterana si diffuse un odio feroce e irrazionale nei confronti degli ebrei tedeschi. Lo stesso Lutero si espresse con parole vergognose, incitando i cristiani a massacrare coloro che riteneva colpevoli di deicidio.
Per tutto il periodo medievale e moderno, l’antiebraismo ebbe connotati essenzialmente culturali e religiosi: non esisteva ancora un’avversione di carattere razzista. La falsa dottrina pseudoscientifica delle razze umane emerse solo nel XIX secolo, ed è allora che iniziò a circolare il termine antisemitismo. Si passò così da pregiudizi legati alla cultura e alla religione a pregiudizi fondati sull’idea di una “razza semitica” cui appartenevano gli ebrei. Secondo questa erronea e spregevole teoria, gli ebrei possedevano tratti “negativi” non più per la loro cultura, ma per i loro “geni” e per il loro specifico “sangue”. Era quindi la loro presunta “natura di razza” a determinarne il comportamento. Il genocidio nazista fu l’aberrante esito finale di questa dottrina razzista.
Oggi, gli studi biologici confermano che le razze umane non esistono: esiste un’unica specie umana, con lievi differenze somatiche che non alterano il comune patrimonio genetico. Inoltre, l’attribuzione agli ebrei di un’ereditarietà “semitica” è stata ampiamente confutata, poiché nei secoli le comunità ebraiche si sono spesso incrociate con altre etnie. L’ampia diffusione della diaspora ebraica in tutta Europa ha prodotto ricchi incroci culturali ed etnici; vi sono stati anche numerosi casi di conversione all’ebraismo da parte di popoli non “semitici”. È dunque impossibile rintracciare nel popolo ebraico un carattere esclusivamente semitico. In realtà, l’umanità intera ha sempre incrociato i propri caratteri etnici: i flussi migratori hanno continuamente mescolato i tratti originari, rendendo impossibile parlare di un’etnia “pura”. Ad esempio, un abitante del Sud Italia potrebbe avere più somiglianze con uno scandinavo che con un milanese, semplicemente perché in passato quelle regioni furono influenzate dalla presenza normanna.
Ripetiamolo: i costanti flussi migratori dell’intera storia umana rendono impossibile rintracciare un carattere etnico originario, come quello “semitico”. Che cosa significa questo? Significa che l’antisemitismo è un pregiudizio infondato, un’intollerabile avversione per un presunto “carattere ebraico” che non esiste. Chi oggi si dichiara “antisemita” esprime odio verso qualcosa di inesistente: il carattere semitico delle comunità ebraiche. Dietro l’antisemitismo si cela dunque una forma di antiebraismo, ossia di avversione verso la cultura e la religione ebraica, poiché è solo nella cultura che si possono rintracciare differenze rispetto ad altre comunità umane. L’antisemitismo, in quanto prodotto di una dottrina razzista del XIX secolo che pretendeva di collegare aspetti culturali all’ereditarietà biologica, non ha alcun fondamento scientifico.
Questa dottrina è stata ampiamente confutata; di conseguenza, la stessa espressione antisemitismo non ha alcun fondamento oggettivo, pur mantenendo oggi un significato fortemente negativo. Il fatto che il concetto sia falso non significa che sia scomparso: continua a essere un pregiudizio pericoloso, eredità di teorie pseudoscientifiche dell’Ottocento.
Purtroppo, ancora oggi esistono persone e movimenti politici che credono nelle “razze” e nelle gerarchie fra esse: bianchi e neri, asiatici ed europei, ebrei e palestinesi… Sono pregiudizi figli dell’ignoranza, la quale è sempre l’anticamera della violenza cieca. Così come avveniva nella Germania nazista, che distingueva tra ariani, semiti, slavi, ecc., e da tali distinzioni traeva giustificazione per imporre il proprio feroce dominio.
Ma se parliamo invece di antisionismo, cosa intendiamo? Si tratta di una forma di antiebraismo o, erroneamente, di antisemitismo? Il sionismo coincide con l’ebraismo?
Per sionismo si può intendere il progetto politico, portato avanti da diverse comunità ebraiche, di costituire uno Stato unitario nella terra di Palestina. La prima osservazione da fare è che non esiste un’unica forma di sionismo, ma molteplici interpretazioni di questo progetto.
In una prima fase, ad esempio, emerse un’anima “spirituale” e pacifica del sionismo, che non puntava a creare uno Stato unitario di soli ebrei, ma una comunità aperta in cui convivessero pacificamente ebrei e arabi. Tra i teorici e sostenitori di questo “sionismo spirituale” possiamo ricordare Asher Hirsch Ginzberg (Ahad Ha-Am), Martin Buber, Albert Einstein, Erich Fromm, i quali hanno sempre insistito sul riconoscere ai palestinesi gli stessi diritti degli ebrei sionisti. Fromm, in particolare, riteneva infondata la pretesa dei sionisti più radicali secondo cui la terra di Palestina appartenesse “di diritto” agli ebrei perché abitata da essi prima della diaspora in epoca romana. In primo luogo, quando gli ebrei abitavano la Palestina convivevano con altre popolazioni da cui discendono anche gli attuali palestinesi; in secondo luogo, è assurdo rivendicare un territorio solo perché millenni prima fu abitato da comunità di cui ci si dichiara eredi. Sarebbe come se gli spagnoli rivendicassero il Sud Italia perché un tempo dominato dagli aragonesi, o i berberi la penisola iberica perché governata da essi per secoli, o i romani attuali l’intera Europa in nome dell’antico Impero romano (sic!).
Vi furono poi altre forme di sionismo, come quello socialista, che mirava a creare in Palestina comunità pacifiche ispirate agli ideali socialisti, come i primi kibbutz. La cultura ebraica fu infatti uno dei crogioli fondamentali dello sviluppo del movimento operaio e delle idee socialiste e comuniste; basti ricordare figure come Karl Marx in Germania o Umberto Terracini in Italia. Anche questo sionismo aveva un’impronta pacifista, volta a condividere la Palestina con i suoi abitanti arabi, in nome di un ideale di solidarietà, accoglienza e fratellanza tra i popoli.
Col tempo, però, prese piede il “sionismo revisionista”, di impronta nazionalista, fondamentalista e intollerante, che rivendicava la Palestina per i soli ebrei, arrivando a promuovere politiche di pulizia etnica, anche attraverso il terrorismo. Se è vero che Hamas è una feroce organizzazione terroristica, è altrettanto vero che, prima e dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, organizzazioni terroristiche sioniste compirono attentati contro le popolazioni palestinesi per espropriarle delle loro terre, causando massacri di uomini, donne e bambini. Storicamente, le prime forme di terrorismo in Palestina furono proprio di matrice sionista radicale, che affermava il suprematismo della “razza ebraica” su quella palestinese – la quale, paradossalmente, ha conservato più degli ebrei rientrati in Palestina i tratti degli antichi popoli “semiti”.
Questo sionismo radicale si è sempre richiamato alla Torah, sostenendo che quella terra appartenga agli ebrei per volontà divina, in quanto “popolo eletto”. Per tali gruppi, la Torah dovrebbe essere l’unica Costituzione di Israele. E, in effetti, Israele non possiede una vera e propria carta costituzionale unitaria come, ad esempio, la Costituzione italiana; esistono leggi fondamentali che regolano lo Stato, ma non un testo unico che sancisca diritti e principi in senso pienamente democratico.
La questione centrale
Essere critici verso il sionismo radicale e intollerante, rappresentato oggi dal governo Netanyahu, significa essere antisionisti in senso generale? Significa essere antiebraici? O addirittura antisemiti?
Se quanto detto finora è fondato, la risposta è NO.
Opporsi alla politica criminale del governo Netanyahu non equivale a rifiutare il sionismo in toto, perché il sionismo ha avuto e ha tuttora volti diversi: spirituale, socialista, progressista. Criticare il sionismo radicale e fondamentalista non mette in discussione il diritto del popolo ebraico a un proprio Stato, ma solo il modo in cui questo diritto viene attuato, quando – come a Gaza – comporta la distruzione dell’esistenza di un altro popolo. Ebrei come Einstein, Fromm, Buber, Grossman e molti altri non sono antisionisti in senso assoluto quando contestano le politiche aggressive di Israele: criticano solo quella forma di sionismo che tradisce ideali di pace e tolleranza radicati nella cultura ebraica.
Se è vero che criticare la politica di Israele non implica antisionismo, è ancora più vero che tale critica non implica antiebraismo: non si mette in questione la cultura o la religione che unisce il popolo ebraico, ma solo una politica specifica di aggressione. Il governo Netanyahu non rappresenta l’intera cultura ebraica, ma solo una sua radicalizzazione. Lo dimostra la varietà di voci, partiti ed etnie presenti nella società israeliana, molte delle quali non condividono gli ideali violenti dell’attuale esecutivo.
Infine, se l’opposizione al governo Netanyahu non implica né antisionismo generalizzato né antiebraismo, ancor meno può implicare antisemitismo – concetto che, per giunta, si fonda su un’idea inesistente di “razza semitica”.
Possiamo dunque ribaltare l’argomento, spesso usato strumentalmente dai governi europei, secondo cui ogni critica a Israele sarebbe antisemitismo: è l’attuale governo Netanyahu a tradire gli ideali della cultura ebraica, inducendo chi non conosce la ricchezza, la complessità e la storia dell’ebraismo a credere che tutti gli ebrei condividano le sue azioni e i suoi proclami.

GAZA DI FRONTE ALLE MASCHERE DEL POTERE
Che cos’è il potere? È forse l’esercizio del dominio sugli altri? È la capacità di manipolare velatamente la mente delle persone? È il potere di infliggere sofferenza e negare qualsiasi forma di libertà? Oppure, più radicalmente, è il potere di decidere la vita o la morte di un intero popolo?
Per lo più attribuiamo alla parola “potere” un’accezione negativa: la leghiamo ad azioni brutali ed egoistiche, a un esercizio di forza contro i deboli, contro chi non può difendersi. Pensiamo al potere di coloro che decidono di economia e guerre come se si trattasse di un gioco riservato a pochi, a un potere nascosto le cui trame restano ignote ai più.
Ma siamo sicuri che questo sia davvero il “potere”? Non rischiamo di confondere con il vero potere la debolezza che si serve di strumenti potenti? Il potere di una persona è determinato dai mezzi di cui dispone o dalla forza che la sua stessa personalità riesce a esercitare?
Nietzsche, parlando della volontà di potenza, distingue la forza attiva dalla forza reattiva. La prima, propria di chi si espande, dona agli altri la sua energia creativa, si afferma anche di fronte al pericolo estremo, non teme di intrecciarsi con gli altri né di crescere insieme a loro. La seconda, invece, appartiene a chi ha bisogno di svilire l’altro per affermarsi, insinuando in lui il senso della propria debolezza. La forza attiva non ha bisogno della fragilità altrui per godere della propria potenza; quella reattiva, invece, se ne nutre costantemente.
Ebbene, siamo davvero certi che chi oggi detiene il potere strumentale appartenga alle forze attive e creatrici? O non dovremmo piuttosto concludere che spesso chi governa esercita potere solo nella misura in cui lo sottrae agli altri?
Io credo che Gaza sia lo specchio di questa seconda e subdola forma di potere. Non parlo degli “ebrei”, ma di qualcosa che trascende la cultura ebraica, americana o europea. Il potere che oggi massacra un’intera popolazione in Palestina non è diverso da quello delle grandi corporations mondiali, o di molti governi occidentali e orientali.
È un potere che consuma la vita, che svilisce le forze creative solo per imporre la propria omologata egemonia. Un potere che logora il tessuto vitale di interi ecosistemi umani e naturali, perché solo in questo modo può illudersi di esistere. Ma questo potere nasconde un’abissale debolezza: la fragilità che richiede un costante mascheramento attraverso la debolezza dell’altro. È un potere che, per imporsi, deve creare nemici, diffondere la percezione di un pericolo, alimentarsi continuamente di paura.
La forza reattiva non tollera la diversità, non accetta la ricchezza della vita; ama la “clonazione” del proprio modello, lo stile che sempre si ripete. Preferisce acque protette all’imprevedibilità del mare. Vuole assicurare ogni cosa perché teme di perdere tutto e, per nascondere questa paura, sottrae agli altri: è la patologia della proprietà garantita contro la varietà della vita. Le forze reattive fondano il loro apparente potere sull’“avere”, mentre quelle attive sul semplice “essere”.
Una cultura guidata da forze reattive, come quella incarnata dall’attuale governo sionista, non tollera l’alterità: riconosce come legittimo solo la ripetizione di se stessa. Ma una vita incapace di mutare, di integrare ciò che è altro da sé, è destinata a morire, a sopravvivere solo come larva di se stessa.
Oggi le forze reattive dominano il mondo, e forse ci troviamo davvero davanti alla profezia dell’“ultimo uomo” annunciata da Nietzsche nel Così parlò Zarathustra.
In ognuno di noi esistono forze reattive, ma c’è sempre la possibilità che un seme di vera grandezza germogli. Quando però queste forze prevalgono e la paura si tramuta in cieco odio, allora l’unica cosa che riusciamo a coltivare è il deserto.
Le forze reattive che coltivano deserto amano desertificare ogni cosa, diffondere le metastasi dell’omologazione. Gaza non è soltanto un luogo emblematico del dolore: è anche una riserva da espugnare affinché il deserto si espanda sempre più. Un deserto che non è fatto di sabbia, ma di paura della vita e dell’imprevedibile: il deserto del controllo e della misura, dell’arroganza della debolezza che si assicura la vita solo estirpando ogni slancio creativo.
In fondo, solo un potere saturo di paura desidera il controllo totale dell’uomo, della sua varietà, della sua imprevedibilità, del suo potere creativo. Ogni forma di controllo totale è dunque sempre una forma camuffata di genocidio, perché è la condizione necessaria per uccidere ciò che forse più rappresenta l’essere umano: il suo potere creativo.
“Il deserto cresce: guai a chi cela deserti dentro di sé.”

LO SPECCHIO DI GAZA
Si sentono spesso voci contrariate dal fatto che si parla quasi sempre della condizione del popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, affermando che nel mondo ci sono tanti altri conflitti, come in Ucraina, Yemen, Sudan ecc. Perché allora tutto questo clamore per Gaza? Le stesse voci polemiche fanno serpeggiare il rischio di un diffuso sentimento antisemitico che non si è mai spento, cioè un’avversione nei confronti di Israele semplicemente per il fatto che i carnefici di Gaza sono ebrei.
Non credo però che la questione possa essere risolta in questo modo. La maggior parte delle persone che condannano Israele non sono contro gli ebrei, ma contro una politica israeliana che da decenni persegue un progetto di pulizia etnica e di genocidio.
Ma allora dove trovare le ragioni che oggi fanno clamore e spingono l’opinione pubblica a sollevarsi contro la politica di Israele?
Intanto il conflitto israeliano-palestinese dura da quasi un secolo. Questo conflitto non è iniziato il 7 ottobre del 2023; prima ancora della nascita di Israele nel 1948 vi furono attentati da parte delle comunità ebraiche più radicali e rappresaglie da parte dei palestinesi. Si tratta quindi di un conflitto in cui Israele ha progressivamente occupato illegalmente territori in cui vivevano tante comunità palestinesi.
Eppure la logorante durata del conflitto non è sufficiente per spiegare tutto questo clamore.
C’è un aspetto che io trovo centrale per capire la rilevanza di questo scenario di guerra: Israele è una propaggine della civiltà occidentale. E questo non semplicemente perché Israele è l’unica “democrazia” del Medio Oriente — posto che uno Stato autore di un genocidio e di una feroce pulizia etnica possa essere una democrazia compiuta —, semmai perché Israele incarna l’anima di una presunta civiltà superiore rispetto alle comunità in cui si espande. Se tralasciamo per un attimo l’aspetto messianico della presunta superiorità del popolo israeliano rispetto al ceppo arabo-semitico, questa arroganza di superiorità rientra negli aspetti costitutivi della civiltà europea che, da secoli, si è arrogata il diritto di primeggiare su ogni altra civiltà umana.
Israele presenta tutti gli aspetti tipici della nostra civiltà, a partire dalla medesima economia capitalistica. Sappiamo che Israele non solo è uno Stato che ha incentivato al suo interno una fiorente economia capitalistica, ma ha da decenni rapporti economici con le grandi corporations mondiali. Tali rapporti hanno permesso ad Israele di avere il sostegno della maggior parte degli Stati occidentali, che si guardano bene dal sanzionare la politica criminale di Israele nei confronti dei palestinesi, nonostante le ripetute risoluzioni dell’ONU a partire dal 1948 mai rispettate dallo Stato sionista. Questo sostegno economico ha permesso ad Israele di sviluppare un dispositivo militare potentissimo che non ha eguali in Medio Oriente. Ricordiamo che in quell’area del mondo solo Israele possiede un arsenale nucleare capace di spazzare via ogni nazione araba confinante.
Il sistema capitalistico israeliano ha dunque permesso di sviluppare un livello tecnologico che non ha eguali nel Medio Oriente. È la nostra civiltà installata nella regione del Medio Oriente.
C’è però anche la componente messianica che irrobustisce questa forma di suprematismo nei confronti di tutte le civiltà arabe del Medio Oriente. La convinzione che gli ebrei siano il popolo “eletto” e abbiano il diritto, per decreto divino, di costituire una Grande Israele, va ad amplificare la superiorità economica e tecnologica del popolo sionista. In effetti, se il popolo israeliano avesse proclamato di essere il popolo eletto, avendo però un’economia poco fiorente e un livello tecnologico poco sviluppato, avrebbe prodotto solo un senso di ilarità. Nessuno avrebbe preso sul serio questo sentimento di suprematismo. Il fatto invece di possedere una fiorente economia e, soprattutto, un apparato militare potentissimo fa sì che quel senso di superiorità venga preso sul serio, in particolare da frange radicali del sionismo.
Si può notare come la componente religiosa vada a giustificare la superiorità economica e tecnologica di un intero popolo a svantaggio di altri. Oggi purtroppo un certo “sentimento” religioso è diventato un tassello fondamentale dell’ideologia della supremazia, riportandoci indietro di tanti secoli, in cui la presunta superiorità di una religione rispetto ad un’altra giustificava politiche aggressive ed espansionistiche. Basterebbe, in tal senso, ricordare la presunta superiorità della religione cristiana quando gli europei colonizzarono il continente americano.
Israele è quindi una propaggine dell’Occidente con tutti i suoi aspetti positivi ma soprattutto deleteri per le altre civiltà in cui si insedia.
Ecco allora che emerge il motivo che rende il conflitto israeliano-palestinese così rilevante per l’opinione pubblica occidentale. Nelle nostre scuole abbiamo sempre appreso le innumerevoli violenze che l’Occidente ha perpetuato nei confronti delle altre civiltà, abbiamo studiato le violenze delle crociate, della colonizzazione dell’America, dell’Africa, dell’Asia, dell’Australia, e tutte queste violenze sono state, a posteriori, condannate da noi occidentali. Noi siamo i fautori di innumerevoli violenze e i giudici implacabili di queste medesime atrocità.
Oggi ci troviamo di fronte ad una medesima logica di potenza e violenza che ha i suoi difensori e i suoi accusatori, ed entrambi sono rintracciabili all’interno della civiltà occidentale. I difensori usano diversi argomenti per minimizzare gli atti criminali di Israele, stigmatizzando il nemico come terrorista, irrazionale, dispotico, diverso da “noi”, esaltando Israele come espressione della civiltà democratica e illuminata, sorretta dal “vero” credo religioso, e quindi sempre nel giusto e destinata alla vittoria sul “male” che “l’altro” incarna. Gli stessi difensori usano l’argomento che Israele, essendo una democrazia, non può essere uno Stato terrorista, e anche se questo Stato commette atti criminali, essi vengono bollati come effetti collaterali di una politica giusta.
Poi ci sono gli accusatori che provano, giustamente, un senso di vergogna ed indignazione nei confronti di Israele, perché le sue azioni criminali tradiscono i valori fondanti delle democrazie occidentali, tradiscono i diritti universali che l’Occidente nei secoli ha conquistato. L’Occidente ha impiegato secoli per sancire che la vita umana ha pari dignità indipendentemente dall’etnia, cultura, lingua, orientamento politico e sesso, e adesso si trova di fronte a uno Stato occidentale che sistematicamente calpesta la dignità di un intero popolo.
Eppure difensori ed accusatori appartengono entrambi alla storia della civiltà occidentale. Sono due facce della stessa medaglia. L’Occidente è sia violenza e conquista sia la patria dei diritti universali, e questo semplicemente perché questi diritti dell’uomo non sono nati indipendentemente dalla logica del potere, ma proprio al suo interno, come uno spazio di frattura dentro un sistema di potere. Noi siamo arrivati alla laicità dello Stato dopo innumerevoli guerre di religione che hanno insanguinato l’intera Europa, siamo arrivati al riconoscimento del rispetto della dignità umana al di là di qualsiasi etnia dopo aver sfruttato e sterminato intere popolazioni non europee, siamo arrivati alla parità dei sessi dopo il millenario esercizio del potere patriarcale nei confronti delle donne. Insomma ogni diritto acquisito è nato all’interno di una struttura priva di diritto e piena di privilegi. Ma a ben vedere la conquista di questi diritti non ha impedito di continuare la logica del potere e della violenza degli stessi Stati occidentali. Addirittura in nome di quei diritti abbiamo continuato a perpetuare questa logica di dominio, come lo slogan strumentale degli USA di “esportare la democrazia” per giustificare l’invasione dell’Iraq, il cui obiettivo reale erano le ricchezze materiali di quello Stato sovrano.
Gaza è dunque uno specchio della civiltà occidentale, perché mostra contemporaneamente i due volti della nostra storia, ed entrambi convivono assieme producendo una potentissima tensione al suo interno. Oggi la civiltà occidentale si spacca e si polarizza su due fronti: le ragioni di Israele, dei suoi alleati e dei suoi sostenitori; dall’altra le ragioni della Palestina e dei suoi sostenitori.
Il punto però è che se Gaza è uno specchio della complessità della civiltà occidentale, è anche lo specchio delle nostre decisioni e delle nostre non decisioni. Le società occidentali si spaccano, più verosimilmente, in tre tronconi: c’è chi difende Israele, chi accusa lo Stato sionista e chi rimane neutrale, ossia non decide.
Questo universo di decisioni e astensioni incarna la nostra civiltà. La politica non è fatta solo da chi va a votare e decide, ma anche da chi si astiene, perché quel tasso di astensionismo “decide” le sorti della nazione. Il governo italiano attuale ha vinto le elezioni ottenendo il 44% del 64% degli aventi diritto al voto. Questo significa che, considerando la totalità degli aventi diritto al voto, la percentuale che ha determinato la vittoria dell’attuale maggioranza è stata meno del 30%. Questo ci dice che l’astensionismo determina il risultato finale, perché fa sì che maggioranze relative divengano assolute: il non fare di molti determina il fare di pochi. Non partecipare al voto politico non ci pone in una posizione di neutralità rispetto alle decisioni che riguardano tutti, perché favorisce la logica che pochi possano decidere su tutti, svuotando il significato di democrazia come regime politico fondato sulla volontà popolare.
Possiamo allora usare questo ragionamento anche nei confronti delle sorti di Gaza. Nell’attuale situazione internazionale troviamo una parte della volontà popolare che sostiene le ragioni di Israele e quindi la logica predatoria dell’Occidente, quella logica che abbiamo studiato a scuola; un’altra parte dell’opinione pubblica che condanna Israele, sollevando il tema dei diritti universali di tutti gli uomini, compreso quindi l’intero popolo palestinese che vive da decenni in condizioni non dignitose; e poi c’è una parte del popolo occidentale — forse la maggioranza — che rimane in silenzio, che ha paura di possibili ritorsioni nel caso in cui esprimesse la propria indignazione nei confronti della politica criminale di uno Stato alleato dei governi occidentali.
Il tutto sta nella ricattabilità di ognuno di noi: tutti abbiamo qualcosa che possiamo perdere — il lavoro, il proprio conto bancario, la propria casa acquistata con un mutuo, la propria libertà o addirittura la propria vita. Nella nostra opulenta società capitalistica ognuno è ricattabile, e la paura del possibile ricatto determina l’astensione da qualsiasi azione politica.
Le sanzioni nei confronti di Francesca Albanese da parte del governo della “democrazia” degli USA, fatte in modo arbitrario, in violazione di diritti fondamentali e che possono colpire qualsiasi persona negli Stati Uniti che intrattiene rapporti economici con la relatrice dell’ONU, ci dimostrano che il potere di pochi può colpire chiunque. Le sanzioni sono un monito per tutti, una velata minaccia che dimostra il fatto che ognuno di noi è potenzialmente ricattabile.
Sembra di essere tornati al Medioevo, in cui il potere di pochi individui poteva arbitrariamente colpire chiunque. Se ci pensiamo per un attimo, le grandi rivoluzioni moderne sono accadute sempre in periodi di gravi crisi economiche, di carestie, dove un numero limitato di intellettuali e politici illuminati trovava sostegno in una massa enorme di persone che non aveva più il pane per sfamarsi, non aveva cioè più nulla da perdere. Il cardinale francese Richelieu nel XVII secolo lasciò prima di morire il suo testamento politico al futuro Luigi XIII, consigliando di non affamare troppo il suo popolo, perché questo avrebbe prodotto pericolose insurrezioni nei confronti del regime monarchico francese.
Noi, a differenza del popolo francese a ridosso dell’inizio della rivoluzione del 1789, abbiamo ancora modo per sostenerci materialmente; nella maggior parte dei casi abbiamo un reddito, dei beni immobili e questo ci rende tutti ricattabili.
Ma è qui il punto essenziale di tutta la questione: essere ricattabili è una condizione in cui ci troviamo da sempre, per il semplice fatto di possedere qualcosa che possiamo sempre perdere, ma decidere di piegarci al ricatto o di opporci ad esso è una scelta libera che riguarda ognuno di noi. Possiamo decidere di non seguire Francesca Albanese nella sua sacrosanta scelta di denunciare il genocidio in atto in Palestina per paura di analoghe ritorsioni, oppure possiamo decidere di unirci a questa meravigliosa onda di protesta e far rivivere quei movimenti rivoluzionari del passato che hanno determinato tutti i diritti universali di cui i popoli occidentali godono. Perché in effetti bisognerebbe sempre ricordare che ogni diritto acquisito non è mai stato una concessione del potere, ma sempre una conquista dei popoli.
Quale immagine di noi Gaza riflette?

Malan Mattar – No words

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